Da quando ho perso il passaporto non appena arrivato ad Ankara, non me ne e' andata piu' bene una. O forse, data la situazione, me la sto cavando alla grande. Dipende dai punti di vista, da come si guardano le cose, il solito bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto che a volte sembra troppo vuoto e a volte incredibilmente pieno.
Ho rifatto il passaporto nuovo il lunedi, cioe' un giorno dopo il mio arrivo e la tragica scoperta di aver perso quello vecchio con tutti quei bei visti colorati degli ultimi 2 anni di viaggi: Cina, Mongolia, Iran, India, Nepal, Russia e ancora Mongolia, Cina e Russia, piu' Hong Kong e visti di ingresso e uscita dalla Turchia due o tre volte...con ancora tante pagine libere per aggiungere nuove figurine colorate e nuovi paesi con tibri dalle fogge piu' strane...al di la del costo di rifarne uno nuovo mi dispiace soprattutto per aver perso tutte quelle belle figure. Ora la gente non mi credera' che ho girato il mondo: sul passaporto nuovo ancora tutto e' pulito, lindo, vuoto...che tristezza!
In compenso ho visto l'ambasciata italiana ad Ankara che e' una villa meravigliosa in un parco ancor piu' meraviglioso, con dependances, annessi e connessi. E soprattutto ho conosciuto Tolga, il simpatico autista turco che mi ha accompagnato all'Ufficio Stranieri per la denuncia: gentile, buono, bravo e generoso come tutti i turchi, abbiamo discusso tutta la mattina di Tarzan a Istanbul, di Ringo contro la Gestapo, di Zagor e Killing, tutti i bei personaggi del vecchio cinema turco che fu qualche anno fa....e mi ha offerto un bel pranzo, la mia prima Cola Turka (meraviglia! anche se mi diceva che secondo lui fa schifo ma a me pareva buonissima, dopo 2 anni di inutili ricerche a vuoto!) e mi ha offerto le sigarette di sua produzione: tabacco comprato in Siria, filtri comprati in Grecia e carta dalla Turchia....veramente buone, tutte raccolte in pacchetti fatti a mano, dipinti a mano che sembrano piu' veri dei veri!
Rifare il visto per l'Iran invece e' un casino dal quale ancora non ne sono uscito...anzi sono ancora nella merda fino al collo. All'inizio sembrava una cosa semplicissima: con la denuncia di smarrimento del vecchio passaporto potevo rifare tranquillamente la copia del visto sul nuovo passaporto et voila'...tempo 2-3 giorni e problema risolto. In realta' le cose si son complicate in maniera terribile tanto da farmi sprofondare in un girone dantesco o in una complessa macchina burocratica ancor piu' terriibile di quella russa quando fui arrestato lo scorso marzo al confine con la Finlandia....
Per avere il visto per l'Iran occorre innanzitutto una lettera di invito che la puo' fare o un amico residente in Iran oppure una agenzia turistica del paese. Io ovviamente ho dovuto scegliere questa seconda strada non avendo amici in Iran (cioe' ce li ho ma ho perso il loro indirizzo...)...una volta ottenuto il codice (la lettera d'invito arriva al consolato, a noi turisti arriva solo il codice da comunicare ai funzionari) si va al consolato - di Istanbul nel mio caso - e si fa la domanda per il visto.
Ok...si scopre che non si puo' fare una copia del vecchio visto sul nuovo passaporto perche' nel frattempo il governo iraniano aveva scoperto che la mia lettera d'invito non era valida e quindi di conseguenza anche il visto che mi avevano emesso non poteva essere piu' valido. C'era il rischio che - se non perdevo il passaporto e arrivavo al confine - o non mi facevano entrare in Iran o semplicemente mi arrestavano perche' tecnicamente viaggiavo con un Visto che si e' scoperto essere non in regola...
Questo perche' l'agenzia che ha emesso la mia lettera d'invito in realta' ha combinato grossi casini ed ha emesso la solita lettera d'invito per ben 8 persone diverse ed in piu' mi ha spacciato per cittadino tedesco....non so che cazzo di casini abbiano combinato ma e' certo che da allora non ho avuto piu' nessuna risposta alle mie email sempre piu' incazzate che mandavo per chiedere ajuto e alla fine li ho mandati a fanculo minacciandoli di indagini congiunte Turchia-Iran-Italia e concludendo con un "Fuck Allah, fuck Komehini gay e impotente, viva il maiale arrosto"...
L'ambasciata iraniana mi tiene a bagnomaria promettendomi che l'indomani avrebbero trovato una soluzione al mio problema...questo indomani dura ormai da una settimana e ancora non si vede la soluzione. Oggi sembra che "tutto l'ajuto possibile e il supporto al caro turista" che possono offrirmi sia quello di rifare da capo la domanda per un nuovo visto con tanti saluti al visto vecchio e ai soldi che ci ho speso sopra.
Grazie al cazzo: se sapevo che questa era l'unica soluzione possibile allora rifacevo la domanda per un nuovo visto gia' la settimana scorsa invece di farmi 6+6 km ogni giorno a piedi per andare e tornare da quel cazzo di ambasciata a sentire se c'erano novita'....oltretutto anche se pago per il nuovo visto (questa volta, sia fatta la volonta' di Allah, cercano di darmelo senza una nuova lettera d'invito) "non e' detto che al 100% accettino la domanda" con la remota - ma neanche tanto - possibilita' che dovro' spendere altri soldi senza essere sicuro finalmente di poter entrare in Iran. Oltetutto i tempi di attesa saranno un terno al lotto, potrebbe essere 2 giorni come 2 settimane. Sia fatta la volonta' del barbuto profeta. Inscialla'....e va' a caca'...
Pero' nel frattempo ho conosciuto un altro Tola ("Elmo"), un altro tipo il cui nome significa "Dio" ed un altro il cui nome significa "Speranza" (a quest'ultimo ci sto sempre molto appiccicato...non si sa mai...) che lavorano in un piccolo negozietto di musica metal dietro la Moschea (...)...tipi simpaticissimi e divertenti, come tutti i turchi che ho conosciuto fino ad ora. C'e' voluto pochissimo per diventare amici e passare praticamente tutti i giorni al loro negozio a scherzare. "Dio" inoltre e' un bel simpaticone, sembra Gianni Fantoni quello che faceva le imitazioni dei cassonetti della spazzatura o dei pali della luce a Striscia La Notizia, mentre Tolga sembra il povero Giancarlo (col cervello che funziona, per fortuna sua...) e "Speranza" sembra...sembra il povero Babu di Ferrara, quello che suonava nel gruppo noise e purtroppo si e' buttato sotto un treno l'anno scorso...quando l'ho visto ho pensato fosse il suo fratello gemello...povero Babu...
Comunque tipi simpaticissimi che ancora una volta mi fanno capire che la Turchia e' centomila volte meglio di quello che ci immaginiamo e un milione di volte meglio dell'Italia. Ad Ankara poi - cittadona moderna, bella ma poco turistica - le persone sono veramente simpatiche e amichevoli...anche qui all'albergo ho fatto amicizia con tutti...i turchi son veramente bravissima gente, col cuore e pieni di rispetto e buone maniere...
l'unica cosa che non mi piace di Ankara e' come guidano per strada...sono dei pazzi scatenati, quasi peggio che in Cina. Soltanto sotto la finestra della mia camera ho visto in diretta 3 incidenti in 2 notti di seguito...piu' altri 5 o 6 a giro per la citta'....macchine sfasciate, sventrate, accartocciate.....mai visto cosi' tanti incidenti in cosi' pochi giorni....mah....
Comunque ho conosciuto anche un bellissimo fiorellino ottomano alla Oyes Pizzeria, proprio accanto al negozietto di musica....lei mi guarda, io la guardo, io le sorrido e lei mi sorride. Io le parlo e non capisce un cazzo. Lei mi parla e io non capisco una sega...ma non ci smettiamo di guardarci e sorridersi neanche per un secondo. Peccato che il suo babbo - che potrebbe sembrare un biker dei Golden Dragon: alto, piazzato, rasato a zero, pizzo e simpatia che sprizza da tutti i pori - non veda di buon occhio questa storia. Beh non ha tutti i torti anche perche' potrei essere suo padre anzianotto....ma e' cosi' carina e cosi' bella quando di nascosto si mette dietro la colonna a sorridermi e guardarmi con quei suoi begli occhi....
Stanotte dormo sul divano della hall dell'albergo...camere tutte piene...la mia l'ha occupata una ciociara sessantenne mezza partita di cervello....gira il mondo da 30 anni in autostop, e' insegnante di inglese e spagnolo e francese (e mi immagino i poveri studenti...se parla quelle lingue come le parla con me....Kuala Lumpure, er tickette fo Iranne....er aroplan to Pakistanne...) e mi ha attaccato un bottone che non finiva piu' sull'importanza dei pannolini da viaggio per i bisogni intimi...anche gli uomini dovrebbero indossarli. 2 ore a ragionare - a soliloquiare - sull'importanza dei pannolini.......poi il vecchino baffone, ora che sono le due di notte mi ha attaccato un altro soliloquio su non so cosa...Allah, donne, figli, nipoti....boh....voglio dormire e non mi riesce...domani all'ambasciata sara' ancora un "domani troveremo una soluzione"
A me basta dormire su questo divano, nel sacco a pelo fornitomi dalla ciociara....poi domani si vedra'....Inscialla'....
lunedì 15 ottobre 2012
mercoledì 10 ottobre 2012
Punk Islam & Kurdistan
Notte. Ankara.
La bottiglia d'acqua e' troppo lontana per arrivarci. Urge uno sforzo, non ne ho la forza. Questa sera non ho voglia di fare niente.
CCCP al computer, clacson e fischietti di polizia fuori in strada. Brusio continuo che ormai anestetizza il cervello. Un taxi si scontra contro un'auto proprio sotto la mia finestra. Ad Ankara guidano tutti come pazzi.
5 settimane ma non ricordo un momento di riposo, di silenzio, di solitudine. Adesso per fortuna l'ho trovato. A Prato ne avevo di piu'.
Rido. Penso che forse sono uno stupido.
Nel cuore della Turchia, circondato dal niente ad ascoltarmi i CCCP. Ma si, la bottiglia non e' poi cosi' lontana, facciamo questo sforzo.
Il grigiore di Ankara mi rilassa. Il suo silenzio fatto solo di macchine che corrono veloci e turchi che parlottano camminando in fretta mi da' sicurezza. Non e' come a Istanbul sempre cosi' piena di musica, suoni, colori, rumori, stranieri, turisti, please mister come in, suoni di tamburi e cori di spettatori entusiati.
Qui ad Ankara regna un silenzio grigio, fatto di gente sempre indaffarata tra palazzoni del governo e sporchi vicoli puzzolenti di pesce. Ankara non e' una splendida citta'. E' semplicemente una creazione voluta da Kemal Pasha, detto Ataturk ("Il padre dei turchi") per spostare il potere economico e politico da Istanbul verso il centro dell'Anatolia.
Fino agli anni 20 Ankara era semplicemente un miserabile villaggio di contadini, povero ed arretrato come tanti altri sperduti qua e la' nelle infinite e solitarie campagne turche. Era giusto un pochino piu' famosa per gli allevamenti di capre dal quale prende il nome la pregiata lana d'angora. Ma tutto era miseria e case in fango, niente di piu', niente di meno. Poi Ataturk l'ha trasformata in questa grande e moderna citta' che e' oggi, con i boulevard larghi e pieni di fontane, i grossi parchi e le immense piazze. Sembra un incrocio tra Tien An Men e Mosca. Ma molto piu' bella e pulita, moderna e rilassante. Le strade in salita dei quartieri universitari mi ricordano le stesse di Helsinki. Anche la sera, poco prima dell'ora di cena, quando le tenebre calano e la citta' si illumina di mille fantastici colori al neon, mi sembra di essere ancora nella capitale finlandese. E' strano anche perche' non ci potrebbero essere due mondi totalmente opposti e diversi, due citta' e due popoli uno agli antipodi dell'altro. Ankara non ha niente di interessante da vedere ma non e' brutta. E' semplicemente una grossa, bella citta' moderna dove e' piacevole camminare tutto il giorno.
Joao mi diceva che dopo Istanbul comincia il niente. Ed e' vero. Dopo la periferia della periferia della periferia della quinta citta' piu' grossa del mondo, comincia la vera Turchia: comincia il niente fatto di campagne desolate e piccolissimi villaggi lontani e isolati l'un l'altro. Tutto in mezzo il niente, il silenzio, colline e valli deserte.
Come un incantesimo, dopo centinaia di kilometri, Ankara appare dietro una collina e sembra non finire mai...all'improvviso, dopo oltre duecento kilometri di niente le valli e le colline fino ad allora immote e silenziose si riempiono di fittissime case e palazzi come dei grossi pandori farciti. Una citta' immensa che scorre sui fianchi di numerose colline, le scavalca e continua oltre, senza sosta. Senza fine. Perche' i grattacieli e gli enormi palazzi sono scarsi. Non e' come Pechino dove in 10 palazzoni sono concentrate 40.000 persone e la citta' vista dall'alto appare relativamente piccola, con i suoi 30 milioni di abitanti. Qui le case son tutte basse: e' per questo che le citta' turche sono ancor piu' immense di quanto gia' non lo siano nei numeri. Ankara non sfugge a questa struttura. Eppure e' grossa soltanto un decimo di tutta Istanbul, forse la citta' piu' grande del mondo per estensione urbana.
Oltre la citta', di nuovo il niente. Altri 200 km o piu' di silenzio prima di incontrare altri piccoli panettoni farciti di case sui loro bordi, sulla cima, tutto attorno come zucchero candito sparso alla loro base. Poi ancora il niente per altri 200 o piu' kilometri, poi ancora una macchia immensa e solitaria. E poi ancora il niente un'altra volta per altre centinaia di kilometri e un'altra citta' che spunta all'improvviso...e cosi' via fino ai confini di questo grande paese: a nord verso Azerbaijian e Armenia, ad est verso l'Iran e a Sud verso Iraq e Siria. Tanto grande quando solitario.
Yilmaz e' curdo. Del nord, vicino all'Azerbaijian. Anche il suo socio e' curdo, Del sud, verso la Siria.
Entrambi vivono e lavorano dentro uno splendido locale in pietra nel gran pazaar di roba antica, nel cuore vecchio e cadente della citta', ai bordi di una delle tante colline. In quel che rimane del vecchio villaggio di contadini, tra le sue stradine anguste delimitate da muri di pietra e fango si estende il dedalo del pazaar della roba usata...anche i negozi sembrano roba usata stessa....grosse stalle o cantine adattare e riempite di ciarpame fino all'inverosimile, affascinanti quanto sporche, buie e illuminate solo da quella bella luce artificiale che filtra quando i raggi del sole attraversano i tetti di plastica trasparente.
Il negozio di Yilmaz e del suo socio e' semplicemente una meraviglia e non ho ancora capito quante stanze ci siano. Dietro una tenda c'e' un'altra stanza sepolta nel buio, forse anche di piu'; attraversato un piccolo arco basso ci sono altre due stanzine sulla sinistra e due o tre sulla destra nelle quali e' difficile arrivare da tanta roba che c'e' per terra: dischi, videocassette, cd, poster e locandine dei cinema anni 70, bottiglie in vetro, lampade, bambole, scatole di accendini e polverosi scrigni di legno...
la stanza principale, che sembra la grotta di Ali Baba e' tappezzata di arazzi e tappeti, il tetto di plastica trasparente e' trapuntato di vecchi 45 giri e il grosso palco/altare sulla destra, creato accanto al tronco di un grosso albero che fora il soffitto e' adobbato con grazia tipicamente meriorientale di tutto quello che si trova sparso in giro per le stanze. Si entra da uno stretto e lungo corridoio pieno di poster di film, scaffali e altri poster ancora attaccati qua e la. L'entrata nella stanza/grotta principale e' da favola: Yilmaz seduto sulla sua poltrona in velluto rosso accoglie i clienti offrendo loro te' caldo sul piccolo tavolino foderato, mentre accanto il giradischi suona un vecchio gruppo folk turco di 30 anni fa. Seduti su altre piccole poltroncine vellutate non si puo' fare a meno di respirare l'aria di magia e di antico che emana da ogni misterioso anfratto. Prima della sala centrale ho visto altre due o tre stanzette separate da una tenda ma non son sicuro se ne esistano delle altre. Nella sala, oltre al grosso palco adornato di poster, cd, libri, cassette, bambole, gioielli (inutile contare quanti siano.......e' impossibile) dal quale parte il tronco di un grosso albero che buca il tetto, c'e' anche una misteriosa stanzina rialzata dietro la poltrona di Yilmaz....dice che e' il bagno ma secondo me esiste anche qualcos'altro.
Yilmaz e' curdo e l'ho capito fin da quando ho visto poster di Yilmaz Guney dappertutto. Non ci vuol molto per capire e fare due piu due. Chi ama Yilmaz Guney ama la verita' e la giustizia sociale. Chi ama la giustizia sociale spesso e' il povero, il contadino, l'oppresso, lo sfruttato, il servo della gleba. I curdi spesso sono tutte queste cose insieme. O perlomeno lo sono stati fino a non molto tempo fa.
Yilmaz Guney era giovane quando comincio' nei primi anni '60 a scrivere poesie e canzoni, i primi articoli di denuncia dell'arretratezza feudale delle campagne turche e curde in particolare, i primi film come attore.
Un personaggio scomodo che piano piano acquista popolarita' tra la gente povera, i diseredati, i contadini servi della gleba e della religione della Turchia anni '60. Soprattutto diventa l'eroe e il beniamino dei curdi di cui comincia ad interpretarne i sogni, i drammi e le faide secolari. Nei film prima come attore e poi come regista incarna l'Efe, il contadino pecoraio dei monti che spesso deve compiere spietate vendette di sangue nei confronti di feudatari spietati, capo di banditi che passano l'inverno sui monti innevati della Turchia orientale in attesa di compiere la vendetta verso chi ha disonorato la moglie o rubato il gregge di poveri contadini disperati. Il Kurdistan di Yilmaz Guney non e' tanto diverso dal Far West immaginato dagli italiani: eroi solitari e silenziosi, avvezzi a lunghi inverni solitari passati a meditare la vendetta, fucile in mano e guanti bucati sulle dita pronti a far fuoco contro oppressori, tiranni locali e rivali d'amore. Con la differenza che le storie degli Efe sono storie vere, sono testimonianze di un mondo feudale ed arretrato che ancor oggi sopravvive in larghissime parti della Turchia curda.
Col tempo Guney interpreta personaggi costretti ad emigrare nella grande citta' (quasi sempre Istanbul) e costretti a venire a contatto con la malavita per sopravvivere e mantenere la povera famiglia. Il codice d'onore dei curdi e la dura esistenza temprata dalle campagna spesso fanno si che da contadino emigrante, Gunety piano piano divenga piccolo boss di quartiere, magari a Kasim Pasha o nella Kadikoy ancora arretrata e semicontadina. Anche qui il finale e' sempre tragico.
Nel frattempo Guney si fa i primi 2 anni di carcere per istigazione all'odio sociale e propaganda comunista: comincia a diventare un personaggio scomodo, conosciuto e odiato dalla classe politica perche' ha il coraggio di parlare di poverta', arretratezza, ingiustizie sociali ed il popolo povero, il popolo delle campagne o degli emigrati in citta' lo ama quasi come un Dio.
Dal carcere continuera' a scrivere e dirigere i film in modo clandestino, passando i fogli della sceneggiatura ad amici suoi che lo vanno a trovare ed hanno l'incarico di dirigere fedelmente secondo le sue direttive.
Viene scarcerato in una amnistia politica nel 1969 ma due anni dopo verra' condannato ad altri 3 anni sempre per motivi politici. Scontata la pena, verra' condannato ad altri 19 anni di carcere per aver ucciso un giudice. Passera' il resto della sua vita in carcere, dal quale continuera' a dirigere e scrivere sceneggiature sempre piu' profonde e pregne di un realismo sociale poetico e drammatico.
Il suo film piu' bello, Yol ("La strada"), sara' l'ultimo che dirigera' dal carcere, la storia di 5 detenuti curdi ai quali viene data la semiliberta' per due settimane. Il film segue le vicende di ognuno di loro che con autobus, treni, carretti, a piedi nei gelidi inverni curdi cercheranno di raggiungere ognuno il proprio villaggo natale per passare poche ore con i cari. E' il dramma di 5 reietti in quella Turchia spaventosamente arretrata che Guney chiamera' "un carcere aperto con 45 milioni di detenuti". Bellissimo e commovente e' forse il suo atto di protesta piu' sincero nei confronti di un paese, la Turchia e non solo il "suo" Kurdistan che deve avere l'obbligo morale di liberarsi dalle catene del feudalesimo religioso e rurale. Riuscira' ad evadere nel 1982 all'eta' di 47 anni, portando con se i negativi del film prima in Svizzera e poi a Parigi dove si rifugera' in clandestinita'. Lo stesso anno avra' l'onore di vincere la Palma d'Oro a Cannes e di ricevere riconoscenza internazionale per i suoi film considerati capolavori assoluti di neorealismo sociale. Ma la gioia durera' poco. Neanche 3 mesi dopo morira' di cancro all'eta' di soli 47 anni, subito dopo le riprese di "Durvar", il suo ultimissimo testamento cinematografico, dopo 13 anni passati in carcere, oltre 200 film interpretati come attore e 25 come regista nei brevissimi periodi in cui non era incarcerato, a testimonianza della sua intensissima attivita' come uomo nel vero senso della parola.
Qui al bazaar di cose antiche, in questi ripidi vicolini dai muretti in pietra e dalle miserabili casette in fango sventrate e diroccate, tra i dedali della antica Angora dove tempo sembra non passare mai , tra vecchi alberi d'ulivo che spuntano dai tetti di abitazioni ormai abbandonate da decenni, le foto di Yilmaz Guney sono dappertutto, negli stretti pertugi di una bottega o sui muretti polverosi, incorniciati sopra la poltrona di un rigattiere o timidamente nascosti dietro montagne di videocassette. Un vecchio videotecaro ha quasi 4000 film in vecchissime videocassette turche dei primi anni 80: coperte di polvere nera e antica, Agit e Seyyit Han sono in bella mostra davanti a tutti. Qui tutti son curdi e sono fieri di lui.
Il primo giorno che sono andato ho visto la sua foto in un buio anfratto...la prima delle tante che avrei scoperto poi in tutti i giorni successivi, nascoste qua e la.
"Yilmaz Guney!" ho esclamato!
Un uomo con un bel sorriso gentile, dalle manone grosse grosse e dai baffi bianchi mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha guardato con i suoi occhi profondi, felici e onesti....
"Adam! adam!" mi ha detto stringendomi la mano e indicando fiero col volto quella vecchia foto scolorita di un attore dal viso sofferto e dalla barba incoltra, coi capelli scarruffati e gli occhi che emanavano fiamme.
Adam significa "Uomo". Uomo vero.
Da quel giorno, ogni giorno, molti al bazar mi salutano e mi offrono sempre un po' di te' caldo.
La bottiglia d'acqua e' troppo lontana per arrivarci. Urge uno sforzo, non ne ho la forza. Questa sera non ho voglia di fare niente.
CCCP al computer, clacson e fischietti di polizia fuori in strada. Brusio continuo che ormai anestetizza il cervello. Un taxi si scontra contro un'auto proprio sotto la mia finestra. Ad Ankara guidano tutti come pazzi.
5 settimane ma non ricordo un momento di riposo, di silenzio, di solitudine. Adesso per fortuna l'ho trovato. A Prato ne avevo di piu'.
Rido. Penso che forse sono uno stupido.
Nel cuore della Turchia, circondato dal niente ad ascoltarmi i CCCP. Ma si, la bottiglia non e' poi cosi' lontana, facciamo questo sforzo.
Il grigiore di Ankara mi rilassa. Il suo silenzio fatto solo di macchine che corrono veloci e turchi che parlottano camminando in fretta mi da' sicurezza. Non e' come a Istanbul sempre cosi' piena di musica, suoni, colori, rumori, stranieri, turisti, please mister come in, suoni di tamburi e cori di spettatori entusiati.
Qui ad Ankara regna un silenzio grigio, fatto di gente sempre indaffarata tra palazzoni del governo e sporchi vicoli puzzolenti di pesce. Ankara non e' una splendida citta'. E' semplicemente una creazione voluta da Kemal Pasha, detto Ataturk ("Il padre dei turchi") per spostare il potere economico e politico da Istanbul verso il centro dell'Anatolia.
Fino agli anni 20 Ankara era semplicemente un miserabile villaggio di contadini, povero ed arretrato come tanti altri sperduti qua e la' nelle infinite e solitarie campagne turche. Era giusto un pochino piu' famosa per gli allevamenti di capre dal quale prende il nome la pregiata lana d'angora. Ma tutto era miseria e case in fango, niente di piu', niente di meno. Poi Ataturk l'ha trasformata in questa grande e moderna citta' che e' oggi, con i boulevard larghi e pieni di fontane, i grossi parchi e le immense piazze. Sembra un incrocio tra Tien An Men e Mosca. Ma molto piu' bella e pulita, moderna e rilassante. Le strade in salita dei quartieri universitari mi ricordano le stesse di Helsinki. Anche la sera, poco prima dell'ora di cena, quando le tenebre calano e la citta' si illumina di mille fantastici colori al neon, mi sembra di essere ancora nella capitale finlandese. E' strano anche perche' non ci potrebbero essere due mondi totalmente opposti e diversi, due citta' e due popoli uno agli antipodi dell'altro. Ankara non ha niente di interessante da vedere ma non e' brutta. E' semplicemente una grossa, bella citta' moderna dove e' piacevole camminare tutto il giorno.
Joao mi diceva che dopo Istanbul comincia il niente. Ed e' vero. Dopo la periferia della periferia della periferia della quinta citta' piu' grossa del mondo, comincia la vera Turchia: comincia il niente fatto di campagne desolate e piccolissimi villaggi lontani e isolati l'un l'altro. Tutto in mezzo il niente, il silenzio, colline e valli deserte.
Come un incantesimo, dopo centinaia di kilometri, Ankara appare dietro una collina e sembra non finire mai...all'improvviso, dopo oltre duecento kilometri di niente le valli e le colline fino ad allora immote e silenziose si riempiono di fittissime case e palazzi come dei grossi pandori farciti. Una citta' immensa che scorre sui fianchi di numerose colline, le scavalca e continua oltre, senza sosta. Senza fine. Perche' i grattacieli e gli enormi palazzi sono scarsi. Non e' come Pechino dove in 10 palazzoni sono concentrate 40.000 persone e la citta' vista dall'alto appare relativamente piccola, con i suoi 30 milioni di abitanti. Qui le case son tutte basse: e' per questo che le citta' turche sono ancor piu' immense di quanto gia' non lo siano nei numeri. Ankara non sfugge a questa struttura. Eppure e' grossa soltanto un decimo di tutta Istanbul, forse la citta' piu' grande del mondo per estensione urbana.
Oltre la citta', di nuovo il niente. Altri 200 km o piu' di silenzio prima di incontrare altri piccoli panettoni farciti di case sui loro bordi, sulla cima, tutto attorno come zucchero candito sparso alla loro base. Poi ancora il niente per altri 200 o piu' kilometri, poi ancora una macchia immensa e solitaria. E poi ancora il niente un'altra volta per altre centinaia di kilometri e un'altra citta' che spunta all'improvviso...e cosi' via fino ai confini di questo grande paese: a nord verso Azerbaijian e Armenia, ad est verso l'Iran e a Sud verso Iraq e Siria. Tanto grande quando solitario.
Yilmaz e' curdo. Del nord, vicino all'Azerbaijian. Anche il suo socio e' curdo, Del sud, verso la Siria.
Entrambi vivono e lavorano dentro uno splendido locale in pietra nel gran pazaar di roba antica, nel cuore vecchio e cadente della citta', ai bordi di una delle tante colline. In quel che rimane del vecchio villaggio di contadini, tra le sue stradine anguste delimitate da muri di pietra e fango si estende il dedalo del pazaar della roba usata...anche i negozi sembrano roba usata stessa....grosse stalle o cantine adattare e riempite di ciarpame fino all'inverosimile, affascinanti quanto sporche, buie e illuminate solo da quella bella luce artificiale che filtra quando i raggi del sole attraversano i tetti di plastica trasparente.
Il negozio di Yilmaz e del suo socio e' semplicemente una meraviglia e non ho ancora capito quante stanze ci siano. Dietro una tenda c'e' un'altra stanza sepolta nel buio, forse anche di piu'; attraversato un piccolo arco basso ci sono altre due stanzine sulla sinistra e due o tre sulla destra nelle quali e' difficile arrivare da tanta roba che c'e' per terra: dischi, videocassette, cd, poster e locandine dei cinema anni 70, bottiglie in vetro, lampade, bambole, scatole di accendini e polverosi scrigni di legno...
la stanza principale, che sembra la grotta di Ali Baba e' tappezzata di arazzi e tappeti, il tetto di plastica trasparente e' trapuntato di vecchi 45 giri e il grosso palco/altare sulla destra, creato accanto al tronco di un grosso albero che fora il soffitto e' adobbato con grazia tipicamente meriorientale di tutto quello che si trova sparso in giro per le stanze. Si entra da uno stretto e lungo corridoio pieno di poster di film, scaffali e altri poster ancora attaccati qua e la. L'entrata nella stanza/grotta principale e' da favola: Yilmaz seduto sulla sua poltrona in velluto rosso accoglie i clienti offrendo loro te' caldo sul piccolo tavolino foderato, mentre accanto il giradischi suona un vecchio gruppo folk turco di 30 anni fa. Seduti su altre piccole poltroncine vellutate non si puo' fare a meno di respirare l'aria di magia e di antico che emana da ogni misterioso anfratto. Prima della sala centrale ho visto altre due o tre stanzette separate da una tenda ma non son sicuro se ne esistano delle altre. Nella sala, oltre al grosso palco adornato di poster, cd, libri, cassette, bambole, gioielli (inutile contare quanti siano.......e' impossibile) dal quale parte il tronco di un grosso albero che buca il tetto, c'e' anche una misteriosa stanzina rialzata dietro la poltrona di Yilmaz....dice che e' il bagno ma secondo me esiste anche qualcos'altro.
Yilmaz e' curdo e l'ho capito fin da quando ho visto poster di Yilmaz Guney dappertutto. Non ci vuol molto per capire e fare due piu due. Chi ama Yilmaz Guney ama la verita' e la giustizia sociale. Chi ama la giustizia sociale spesso e' il povero, il contadino, l'oppresso, lo sfruttato, il servo della gleba. I curdi spesso sono tutte queste cose insieme. O perlomeno lo sono stati fino a non molto tempo fa.
Yilmaz Guney era giovane quando comincio' nei primi anni '60 a scrivere poesie e canzoni, i primi articoli di denuncia dell'arretratezza feudale delle campagne turche e curde in particolare, i primi film come attore.
Un personaggio scomodo che piano piano acquista popolarita' tra la gente povera, i diseredati, i contadini servi della gleba e della religione della Turchia anni '60. Soprattutto diventa l'eroe e il beniamino dei curdi di cui comincia ad interpretarne i sogni, i drammi e le faide secolari. Nei film prima come attore e poi come regista incarna l'Efe, il contadino pecoraio dei monti che spesso deve compiere spietate vendette di sangue nei confronti di feudatari spietati, capo di banditi che passano l'inverno sui monti innevati della Turchia orientale in attesa di compiere la vendetta verso chi ha disonorato la moglie o rubato il gregge di poveri contadini disperati. Il Kurdistan di Yilmaz Guney non e' tanto diverso dal Far West immaginato dagli italiani: eroi solitari e silenziosi, avvezzi a lunghi inverni solitari passati a meditare la vendetta, fucile in mano e guanti bucati sulle dita pronti a far fuoco contro oppressori, tiranni locali e rivali d'amore. Con la differenza che le storie degli Efe sono storie vere, sono testimonianze di un mondo feudale ed arretrato che ancor oggi sopravvive in larghissime parti della Turchia curda.
Col tempo Guney interpreta personaggi costretti ad emigrare nella grande citta' (quasi sempre Istanbul) e costretti a venire a contatto con la malavita per sopravvivere e mantenere la povera famiglia. Il codice d'onore dei curdi e la dura esistenza temprata dalle campagna spesso fanno si che da contadino emigrante, Gunety piano piano divenga piccolo boss di quartiere, magari a Kasim Pasha o nella Kadikoy ancora arretrata e semicontadina. Anche qui il finale e' sempre tragico.
Nel frattempo Guney si fa i primi 2 anni di carcere per istigazione all'odio sociale e propaganda comunista: comincia a diventare un personaggio scomodo, conosciuto e odiato dalla classe politica perche' ha il coraggio di parlare di poverta', arretratezza, ingiustizie sociali ed il popolo povero, il popolo delle campagne o degli emigrati in citta' lo ama quasi come un Dio.
Dal carcere continuera' a scrivere e dirigere i film in modo clandestino, passando i fogli della sceneggiatura ad amici suoi che lo vanno a trovare ed hanno l'incarico di dirigere fedelmente secondo le sue direttive.
Viene scarcerato in una amnistia politica nel 1969 ma due anni dopo verra' condannato ad altri 3 anni sempre per motivi politici. Scontata la pena, verra' condannato ad altri 19 anni di carcere per aver ucciso un giudice. Passera' il resto della sua vita in carcere, dal quale continuera' a dirigere e scrivere sceneggiature sempre piu' profonde e pregne di un realismo sociale poetico e drammatico.
Il suo film piu' bello, Yol ("La strada"), sara' l'ultimo che dirigera' dal carcere, la storia di 5 detenuti curdi ai quali viene data la semiliberta' per due settimane. Il film segue le vicende di ognuno di loro che con autobus, treni, carretti, a piedi nei gelidi inverni curdi cercheranno di raggiungere ognuno il proprio villaggo natale per passare poche ore con i cari. E' il dramma di 5 reietti in quella Turchia spaventosamente arretrata che Guney chiamera' "un carcere aperto con 45 milioni di detenuti". Bellissimo e commovente e' forse il suo atto di protesta piu' sincero nei confronti di un paese, la Turchia e non solo il "suo" Kurdistan che deve avere l'obbligo morale di liberarsi dalle catene del feudalesimo religioso e rurale. Riuscira' ad evadere nel 1982 all'eta' di 47 anni, portando con se i negativi del film prima in Svizzera e poi a Parigi dove si rifugera' in clandestinita'. Lo stesso anno avra' l'onore di vincere la Palma d'Oro a Cannes e di ricevere riconoscenza internazionale per i suoi film considerati capolavori assoluti di neorealismo sociale. Ma la gioia durera' poco. Neanche 3 mesi dopo morira' di cancro all'eta' di soli 47 anni, subito dopo le riprese di "Durvar", il suo ultimissimo testamento cinematografico, dopo 13 anni passati in carcere, oltre 200 film interpretati come attore e 25 come regista nei brevissimi periodi in cui non era incarcerato, a testimonianza della sua intensissima attivita' come uomo nel vero senso della parola.
Qui al bazaar di cose antiche, in questi ripidi vicolini dai muretti in pietra e dalle miserabili casette in fango sventrate e diroccate, tra i dedali della antica Angora dove tempo sembra non passare mai , tra vecchi alberi d'ulivo che spuntano dai tetti di abitazioni ormai abbandonate da decenni, le foto di Yilmaz Guney sono dappertutto, negli stretti pertugi di una bottega o sui muretti polverosi, incorniciati sopra la poltrona di un rigattiere o timidamente nascosti dietro montagne di videocassette. Un vecchio videotecaro ha quasi 4000 film in vecchissime videocassette turche dei primi anni 80: coperte di polvere nera e antica, Agit e Seyyit Han sono in bella mostra davanti a tutti. Qui tutti son curdi e sono fieri di lui.
Il primo giorno che sono andato ho visto la sua foto in un buio anfratto...la prima delle tante che avrei scoperto poi in tutti i giorni successivi, nascoste qua e la.
"Yilmaz Guney!" ho esclamato!
Un uomo con un bel sorriso gentile, dalle manone grosse grosse e dai baffi bianchi mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha guardato con i suoi occhi profondi, felici e onesti....
"Adam! adam!" mi ha detto stringendomi la mano e indicando fiero col volto quella vecchia foto scolorita di un attore dal viso sofferto e dalla barba incoltra, coi capelli scarruffati e gli occhi che emanavano fiamme.
Adam significa "Uomo". Uomo vero.
Da quel giorno, ogni giorno, molti al bazar mi salutano e mi offrono sempre un po' di te' caldo.
martedì 9 ottobre 2012
Wir sind die Turken von Morgen
Un mese. Un mese e due giorni che sono arrivato in Turchia ed ancora sono qui. Pensavo di starci qualche giorno, il tempo di prendere il visto per l'Iran, qualche dvd per la mia collezione e qualcun'altro da rivendere, un treno verso est e via.
Invece eccomi qua, ore 4.32 di mattina ad Ankara, in una bettolina in attesa di qualcosa, con molti amici conosciuti lungo strada, una breve storia d'amore con Kim So Young ad Istanbul, qualche affaruccio fatto e senza il passaporto. Ne son successe di cose da quando per la terza volta in due anni e mezzo ho messo piede nell'Impero Ottomano.
Sono arrivato ad Edirne l'8 settembre, attraversando a piedi il confine con la Grecia e di questo ne avevo gia' parlato. Come al solito sono andato alla Mavi Guesthouse di Ali ad Istanbul, proprio dietro la Moschea Blu ed Aya Sofia...ero talmente vicino che mi bastava aprire la finestra e me le ritrovavo li, proprio davanti a me, ad un tiro di sputo verso l'Imam che ogni mattina alle 6 comincia le solite lagne rituali pro Allah. E' la guesthouse piu' conosciuta e piu' economica della citta', tappa obbligatoria di tutti i viaggiatori diretti verso l'Asia con pochi soldi in tasca.
Quest'anno so che per viaggiare devo fare soldi lungo strada e non ho perso tempo a darmi da fare. Gia' il giorno dopo ho cominciato a girarmi tutta la citta' in cerca di negozi di CD e DVD per cercare qualcosa da vendere ai miei amici e contatti sparsi per tutta Italia e resto del mondo. Non posso lamentarmi, ho fatto diverse centinaia di euro comprando i DVD di Zagor, alcuni action turchi degli anni 70 e diversi CD...fortunatamente questi soldi mi ripagano delle spese sostenute fino ad ora: biglietti del treno, soggiorno nella guesthouse, pranzo, cena e alcuni vizi e piccole soddisfazioni.
Ho conosciuto diversa gente alla guestohuse, tra cui Steve un simpatico greco/egiziano residente in Australia, Francesco un gay spagnolo simpatico e intelligente, un tipo tedesco che andava verso il Nepal e Otar, russo giramondo chiavatore e artista con le bolle di sapone. Ognuno con una bella storia dietro di se. Otar mi stava sulle palle all'inizio perche' aveva la classica faccia da russo cattiva e furba, alto, grosso e molto interessato a tutte le ragazze che arrivavano alle guesthouse. Era li da qualche settimana e viveva facendo l'artista con le bolle di sapone, su a Taksim Square, guadagnando qualche soldino. Poi col passare dei giorni ho imparato ad apprezzarlo meglio e ancora una volta ho capito che i russi son persone sensibili e buone, con un bel cuore e profondamente onesti. Quando lo vedevo far ridere i bambini e i vecchietti con i suoi giochi ho capito che si puo' essere persone buone anche se eccessivamente attaccati alla fica...l'ultimo giorno quando Otar e' partito alla volta dell'India ho accettato di andare a spedirgli delle cartoline che non aveva avuto tempo di spedire in precedenza: cartoline dalla Grecia, dalla Bulgaria, dalla Romania, dalla Francia...tutte consumate e stinte, tutte col francobollo della Turchia! Nei prossimi mesi sara' in Indocina e chissa' se lo rivedro' fare le sue belle bolle di sapone...
Steve e' un omone grande e grosso, rasato a zero e col volto duro e cattivo. Talmente duro e cattivo da essere stato poi una delle persone piu' semplici e brave con cui ho fatto amicizia. Peccato che si sia preso una tonsillite e sia stato con un piede nella fossa per quasi una settimana...quando e' guarito siamo andati a passare una bella serata a Yenimahalle, periferia pericolosa di Istanbul in compagnia di Tanju Can, il cantante dei Radical Noise che avevo conosciuto uno dei primi giorni quaggiu'.
La vita alla Mavi Guesthouse non fa tanto per me: qui si incontrano troppi viaggiatori fighettini che non muovono mai il loro sedere dalle seggiole della guesthouse. Non capisco come mai i turisti (o alcuni viaggiatori) vengano ad Istanbul per starsene sempre in albergo a chiacchierare con altri turisti e non facciano mai amicizia con gente locale. Due foto alle moschee, un giro sul Ponte di Galata, scalata fino alla torre e locali notturni per turisti su a Taksim...e' turismo questo? O e' solo la solita cartolina stereotipata da portare come ricordo a casa? Ma d'altra parte per molti, la Turchia e' pericolosa, i turchi son pericolosi ed allora tanto conviene starsene alla Guesthouse a chiacchierare di sesso, droghe e cazzate assieme ad altri turisti ingnoranti e con migliaia di pregiudizi su questo paese.
Ho conosciuto Ali Murat Guven, famoso giornalista televisivo e critico cinematografico, e pure Kunt Tulgar, il regista del Superman turco del 1979....da allora ho passato quasi ogni giorno nel loro ufficio a ragionare di vecchi film turchi del passato, di robot, supereroi mascherati, 007 turchi ed esorcisti ottomani....e stiamo progettando di rimettere in piedi una vecchia casa editrice, la Onar Film (il cui proprierario e' morto l'anno scorso dopo una lunga malattia) per ristampare in DVD queste gemme che solo la cinematografia turca degli anni 60 e 70 aveva coraggio di produrre. Ma bisogna fare in fretta perche' sembra che aleggi una specie di maledizione sopra chi si dedica con passione alla riscoperta del cinema turco: Vassili Barounis, il proprietario della Onar Film e' morto di cancro dopo due anni di sedia a rotelle in seguito ad un ictus, Metir Denirham (autore di "Fantastik Turk Sinemasi", "Il cinema fantastico turco") e' morto davanti agli occhi di Ali Murat Guven, un giorno che camminavano insieme: un mattone caduto dal tetto di un palazzo gli ha spaccato la testa come un cocomero...Yilmaz Atadeniz, storico regista di decine di film con supereroi mascherati sta morendo di un brutto male....sembra che chi si voglia dedicare alla riscoperta dei vecchi B-movie turchi sia destinato ad una brutta fine. Anche Ali mi dice sempre di muoversi perche' ha calcolato ancora non piu' di 4-5 anni di vita prima che la maledizione si abbatta anche su di lui. Kunt Tulgar - che assomiglia a Philippe Leroy mixato con Jean Paul Belmondo e Paul Muller, invece continua ad avere un fisico ed una forma fisica eccezionale ed ancora oggi potrebbe fare l'attore e dare la paga a centinaia di pseudo attori piu giovani, potrebbe essere ancora l'eroe dei tanti action e polizieschi degli anni 70 ed 80 che aveva interpretato anche come protagonista oltre che regista....
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| Ali Murat Guven e Kunt Tulgar |
| Kim So Young, dolce ragazzina coreana, insieme al parco di Camlica |
Gia'...il tetto della guesthouse....per una settimana ho dormito assieme a Kate, la dipendente americana, Otar il russo e William il cuoco siriano, sotto il cielo stellato di Istanbul, a vedere la mezzaluna turca. C'erano talmente tanti turisti che molti di noi hanno deciso di dormire sul tetto. Fa' caldo ad Istanbul ed e' stata una bella esperienza: materasso, coperta e via...peccato che una notte abbia piovuto a dirotto e la mattina dopo ci siam trovati completamente fradici in una palude di lenzuola e scarpe galleggianti dappertutto....fortunatamente dopo un altro paio di giorni sotto le stelle siamo tornati nella nostra camerata, una volta che si era liberata di un gruppo di spagnoli che la avevano occupata tutta....ma era bello addormentarsi con le luci gialle della moschea di Aya Sofia proprio davanti a noi.
| Una settimana a dormire sul tetto della Mavi Guesthouse, con Aya Sofia a darmi il buongiorno |
| Al Bazar dietro la Moschea di Solimano |
| Kasimpasha e il suo stadio |
| Tanju Can, cantante degli UCK Grind e la sua simpatica moglie |
Dopo 3 settimane ho finalmente ottenuto il visto per l'Iran. Non ci potevo credere e quasi quasi mi dispiaceva lasciare Istanbul.
| Parenti turchi ?????? |
Quando potevo - cioe' sempre - andavo per i conti miei a cercare CD e DVD ma forse, piu' probabilmente, a cercare la faccia nascosta e non turistica di questa citta', tra le viuzze di Unkapani e di Kasim Pasha, a Uskudar e nel labirintico dedalo del bazaar all'aperto dietro l'immensa moschea di Solimano.
C'e' un cimitero cristiano a Uskudar - parte asiatica della citta' - dove fedeli musulmani e cristiani vanno a pregare ogni giorno. Molti musulmani si chiamano Yusuf (Giuseppe) o Ishak Isaia) come i profeti ebraici. Una volta Ali Murat mi ha spiegato che fino a qualche secolo fa, prima delle Crociate, musulmani ed ebrei erano amici, la religione musulmana era profondamente legata a quella cristiana ed ebraica. Il vero musulmano ha un profondo senso del rispetto delle altre religioni e il fatto che i nomi piu' diffusi ancora oggi siano quelli dei profeti ebraici la dice lunga su quanti pregiudizi abbiamo noi dell'Islamismo.
Quello che non mi piace di Istanbul e' la sua parte turistica: dal ponte di Galata, su fino alla torre e per tutta la lunghissima strada che porta a Taksim e' tutto un brulicare di fricchettoni stranieri che insudiciano la citta' con i loro rasta e le loro performance artistiche di pessima qualita': giapponesi che vestono come fricchettoni indiani e fanno spettacoli di ballo del ventre turco su musiche africane, rapper africani che vestono come americani e ballano al ritmo di canzoni indiane, le solite facce coi soliti vestiti da artista di strada che si vedono dappertutto: nella metropolitana di Londra come a Parigi, per le strade di Roma come in Finlandia. Sembra di essere al Pistoia Blues o a Woodstock...le solite facce di ragazzi alternativi da tutto il mondo, vestiti sempre tutti uguali secondo la loro moda alternativa: i fricchettoni tutti coi rasta e tutti col la barba e il cappellino alla Jovanotti, le ragazzine tutte con le gonne lunghe a fiori e tatuaggi (sempre tutti uguali, sempre tutti cosi' conformi e stereotipati), gli pseudo indiani con sandali e barbe lunghe....Istanbul e' diventata una delle capitali mondiali della multiculturalita' ma a me sembra che sia diventata ormai una citta' come le altre, senza nessuna differenza con Berlino, Parigi, Londra...musiche, balli, canti 24 ore al giorno offerti da questi fricchettoni giramondo....dove e' la vera Istanbul, cosa ne e' rimasto? Se devo venire qua per vedere queste centinaia di fricchettoni giramondo allora posso rimanere in Italia ed andare a Firenze o Roma o Milano...
Ma Istanbul e' anche storia ed arte...una citta', una cultura sempre sospesa tra oriente ed occidente, una citta' dove - come in un gioco di specchi - si trova l'Asia in Europa e l'Europa in Asia. Nella parte europea della citta', cioe' nel quartiere di Fatih e Sultanhamet si trovano le moschee piu' grandi e famose (Aya Sofia, la Moschea Blu, la Moschea di Solimano, Sultanhamet) e il museo del Topkapi col suo immenso parco. C'e' l'Asia, la Istanbul del Bazaar e delle donne con il velo, i vicoli misteriosi e labirintici dove persersi tra bicchieri di cay (te') e odori di spezie. Mercanti che vociano e umanita' povera sempre indaffarata a tirare carretti pieni di tessuti e sacchi di zafferano. C'e' anche la vecchia stazione della ferrovia dove terminava la sua corsa il famoso Orient Express, il treno che per primo a meta' ottocento collegava la capitale dell'Impero Ottomano con Parigi, simbolo di una epoca mitica, di un fascino esotico e misterioso che ha evocato numerosi sogni e fantasie. "Assassinio sull'Orient Express" e' stato girato proprio su uno di questi treni. Oggi e' una stazione come tante, anonima testimone di una epoca che ormai non tornera' piu'.
Gli americani che vengono qui, ma anche i tedeschi o i finlandesi, sembrano scandalizzati dalla gente che attraversa le strade col semaforo rosso o che da' pacche sulle spalle alla gente per salutarli. Gente fredda che si scandalizza del sangue caldo e mediterraneo dei turchi. Io mi ci trovo bene. Attraverso la strada come in Italia, senza aspettare il verde, buttandomi in mezzo al traffico quando son sicuro di poter passare. Gli americani e i finlandesi sono ancora li fermi come salami ad aspettare il via libera, l'omino verde, in attesa dell'ordine di poter passare anche se magari la strada e' deserta.
Gli americani si scandalizzano dei turchi che fumano e che buttano sudicio per strada. Io la mattina a colazione mi fumavo due o tre sigarette tra le proteste dell'ennesima turista americana venuta a chiaccherare solo di sesso con altri turisti tedeschi o francesi. Butto via le cartacce dove mi pare, se vedo Mr. Kebab al suo negozio lo abbraccio e lo bacio sulla guancia come si fa in Italia o in tutto il Mediterraneo.
Spesso penso che piu' che l'Unione Europea sarebbe meglio creare una Unione Mediterranea tra i paesi reputati il culo e la vergogna dell'Europa: Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia. Alla fine abbiamo molte piu' cose in comune da spartire tra di noi (arte, cultura, storia, religione) che con quei puzzoni di danesi o i finlandesi o i belgi....perche' non creiamo una Unione Mediterranea che accomuni popoli simili? Un turco e' come un Italiano. Sono europeista convinto, convinto della superiorita' culturale, morale, civile e democratica dell'Europa sopra tutti gli altri continenti. I valori morali del nostro vecchio continente sono enormemente piu' sviluppati e profondi di qualsiasi altro posto del mondo, eppure sono anche ancor piu' convinto che tutto questo venga dalla cultura mediterranea piuttosto che da quella nordica o mitteleuropea. Platone, Aristotele, Leonardo, i grandi scrittori e poeti spagnoli....la civilta' europea e' innanzitutto civilta' mediterranea. E son convinto che la Turchia in questo momento sia l'esempio piu' felice di progresso culturale, civile, democratico ed economico che ci sia. Soprattutto a livello democratico potrebbe candidarsi come esempio per tutto il mondo.
Ho conosciuto Joao Manel Garcia Silveirinha, simpatico giramondo di 49 anni (portati malissimo) che assomiglia al mio povero nonno Mario negli ultimi suoi anni (questo per dire quanto 'sto Joao porti male i suoi anni). Gira il mondo da 35 anni, e' volgare, maleducato, cafone e incivile come pochi eppure abbiamo deciso di partire per Ankara insieme, alla volta dell'Iran e del Pakistan e della Cina, tutto via terra. Sono posti che lui conosce benissimo essendoci andato innumerevoli volte e mi dava sicurezza l'idea di attraversare il sud del Pakistan assieme a qualcun'altro. Non che fosse meno pericoloso ma almeno se dovessi morire, saremo morti in due. Mal comune, mezzo gaudio come si dice.
Purtroppo arrivato ad Ankara ho fatto una brutta scoperta, anzi abbiamo fatto una brutta scoperta. Ho lasciato il passaporto alla Guesthouse ad Istanbul ed e' andat perduto. Lo avevo messo ad asciugare sul tavolo l'ultima mattina perche' la notte precedente era scoppiata la lavatrice che aveva allagato tutto il pavimento, compreso il mio zaino dove avevo diversa roba. Niente da fare: telefonate su telefonate ogni 20 minuti ad Istanbul ma del passaporto non c'e' piu' traccia. L'avranno preso le due donne bengalesi che lavorano li: un vecchio passaporto non elettronico fa gola a molti, soprattuto se vengono da paesi poveri e cercano un mezzo per andare a lavorare in un paese ricco.
Dopo una infinita serie di bestemmie ho rifatto il passaporto nuovo qui ad Ankara ma mi son partiti 80 euro che avevo raccolto con tanta fatica nei giorni precedenti ad Istanbul: ho lavorato e mi son fatto il culo per niente. Potevo usarli durante il viaggio ed invece li ho duvuti spendere per rifare 'sto cazzo di passaporto che ho perso per colpa mia. Ben mi sta.
Oltretutto non so se posso riottenere una copia del visto per l'Iran...se devo pagare per riaverne uno nuovo (nuovo passaporto = nuovo visto) e devo aspettare giorni e giorni qui ad Ankara, sinceramente mi fa passare la voglia di andare in Iran.
Ieri ero andato all'ambasciata iraniana per sentire ma non avendo il passaporto nuovo ancora in mano mi hanno detto di tornare oggi...pero' in 2 ore di attesa ho visto alcune cose che mi hanno fatto passare la voglia di andare a Teheran. Il telegiornale in lingua farsi parlava solo di brutte notizie dall'America e dall'Inghilterra: tutte notizie di propaganda antioccidentale tanto stupide quanto faziose. Esaltazione di raid musulmani a Londra contro alcune associazioni antimussulmane, proteste di governi africani contro multinazionali yankee, notizie di fallimenti di grosse industrie americane o di proteste contro il governo della regina. Sembra che in occidente - cioe' negli USA e in UK - siamo sull'orlo della catastrofe e della guerra civile, a sentire i faziosissimi telegiornali iraniani. Che palle. Se c'e' una cosa che odio e' la propaganda stupida che lava i cervelli della gente.
Poi ho visto tutte queste donne col velo in testa...una era seduta e cercava di legarsi una scarpa. Ma ogni volta che si piegava il velo quasi le scappava via, quindi si ritirava su, si riaggiustava il velo e riprovava a piegarsi. Dopo 2 o 3 volte ha desistito...meglio tenere una scarpa slacciata che far scoprire i capelli. Le altre donne in attesa nell'ambasciata erano tutte in piedi mentre gli uomini tutti a sedere, a parte questa poveretta piu' coraggiosa.
Un tipo, un ragazzone la guardava in continuazione ed io gfuardavo lui per capire un po' questo cazzo di Islam. Dopo qualche minuto il ragazzone cominciava ad essere agitato, sudava, aveva una erezione (si notava dal gonfiore dei pantaloni), si passava la mano sulle labbra e poi e' scomparso in bagno. La donna, molto bella ma visibilmente seccata, coraggiosamente si faceva gli affari suoi.
Ecco qua l'Islam...le donne devono indossare il velo perche' son ritenute peccatrici, tentatrici e esseri imperfetti rispetto agli uomini. Gli uomini sono puri ma le donne hanno il potere di farli cadere in tentazione, di allontanarli dalla purezza con pensieri e desideri peccaminosi. E' per questo che la donna deve rimaner coperta: perche' la bellezza
femminile potrebbe distogliere i pensieri puri e perfetti dell'uomo alla ricerca della verita' di Allah. La donna e' il diavolo che tenta e distrae l'uomo da Allah.
Gia'...l'uomo puro che si eccita alla vista di una donna, l'uomo puro che non vede l'ora di scoparsi una donna senza chiederne il permesso, l'uomo puro che puo' avere quante donne vuole ma che ha il diritto di uccidere la compagna soltanto se questa guarda o parla con un altro uomo. L'uomo puro che magari ha cinquanta amanti ma non permette alla sua moglie neanche di uscire di casa perche' una donna non ha il diritto di uscire da sola o parlare con chi gli pare. E questi barbogi di Iman con la barba lunga che accusano le donne di essere tutti i mali del mondo, di essere l'origine di tutti i peccati, di essere il simbolo di tutte le tentazioni...questi barbogi che goverano l'Iran, hanno mai avuto una donna in tutta la loro vita? O forse la ricerca di Allah e' cosi' piu' importante che non hanno mai avuto tempo per l'amore? Chi governa il paese usando l'Islam come legge, chi vieta alle donne di guidare, di lavorare, di andare allo stadio, di esibirsi in pubblico o perfino di sedersi su un autobus accanto ad un uomo che non sia suo marito....ma questi santoni che governano il paese hanno mai veramente avuto una donna o una passione nella vita? O forse sono solo dei repressi sessuali, poveri libidinosi che costringono queste poverette ad una non-esistenza giusto perche' non si ha il coraggio di dire che e' l'uomo il primo a peccare ed avere pensieri insani? Alla fine chi ha colpa e' sempre colui che non puo' difendersi, colui che non ha mai colpa. La "rivoluzione" del 1979 di Kohmeini - barbogio settantenne in combutta con altri santoni ottantenni - ha trasformato uno dei paesi musulmani piu liberali e felici dell'epoca in un regno di oppressione e repressione sessuale come pochi altri. Eccola, la rivoluzione. Chi paga sono le donne, come sempre.
Anche Joao ha avuto una delusione: ad Ankara non fanno piu' il visto per l'Iran in un giorno solo. Negli ultimi 3 anni son cambiate tante cose e per gli occidentali - figli di Satana e alleati degli USA - e' diventato piu' difficile. Ci vogliono almeno 10 giorni anche qui. Anche ad Erzurum, vicino al confine ormai e' impossibile avere il visto per l'Iran in meno di due settimane. Cosa fare allora?
Joao e' tornato ieri sera ad Istanbul dove prendera' un aereo per lo Sri Lanka, una settimana li col visto di transito e poi di volta alla Thailandia per andare al Festival Della Luna Piena e poi chissa'.
Io sono ancora qui caparbiamente ad aspettare una soluzione: voglio la copia del mio visto per l'Iran andato perduto col mio vecchio passaporto. Se me la danno subito allora domani parto col primo treno verso il confine e da li in autobus verso la terra di Komehini. Poi chissa' se mi daranno il visto per il Pakistan, quanto ci sara' da aspettare e cose del genere. So solo che se mai arrivo in Iran e da li in Pakistan, mi aspetteranno i giorni piu' difficili e pericolosi della mia vita, con poche speranze di uscirne vivo dal Belucistan. In Pakistan oggi come oggi gli stranieri non sono i benvenuti. C'e' da stare molto attenti, soprattutto nel sud del paese. Si rischia veramente grosso e non sono molti gli occidentali che si avventurano in questa impresa. Ogni giorno sembra che l'odio verso gli occidentali aumenti, invece di diminuire.
Se mai dovessi entrare in Pakistan, se mai dovessi sopravvivere agli attentati bombaroli e ai rapimenti nel Belucistan, a Quetta e nella strada che va fino a Lahore (nell'ultimo mese almeno 15 autobus sono stati bombardati e una cinquantina di persone sono morte, senza contare le centinaia di morti al confine con l'Iran), ho meno di un mese e mezzo di tempo per attraversare la Karakhorum Highway nel Kashmir pakistano ed arrivare a Kashgar nello Xinjiang, Cina occidentale, Deserto dei Gobi prima che chiudano il passo come ogni anno dal 1 Dicembre al 31 Marzo.
Vediamo. Per il momento sono ancora qui ad Ankara, Turchia centrale, posto non brutto, in attesa di novita'.
http://www.youtube.com/watch?v=SqaIY1kuckg
domenica 9 settembre 2012
Il lungo cammino ovvero come il nostro eroe si ritrova dalla mattina alla sera da una confortevole camera di una bella cittadina greca a vagare sperduto tra i campi di grano tra Grecia, Turchia e Bulgaria nel pomeriggio ed infine meditare propositi di sterminio globale nelle notti trasgressive di Istanbul dopo aver camminato per miglia e miglia e fatto incontri curiosi ed avvincenti
Sono talmente stanco che probabilmente non riusciro' neanche a dormire, oltretutto i soliti idioti turisti (non dico viaggiatori perche' sarebbe uno spregio a questa nobile categoria di esseri umani) ubriachi e fattoni mi stanno facendo veramente girare le palle. Domani mi trasferisco nella guesthouse accanto alla Mavi, e' piu' carina e meno infestata da deficenti che prenderei volentieri a calci in faccia e nello stomaco se non fossi talmente spompato e fatto dopo una giornata impegnativa.
Stamattina mi son svegliato a Xanthi, Grecia coi postumi di una brutta indigestione avuta durante (cioe' dopo) la festa del paese la sera prima. Piu' che indigestione e' una strozzatura del diaframma che mi impedisce di mangiare piu' di un certo tot pena dolori jnfernali allo stomaco e ai polmoni per ore e ore e ore. Ci fosse stato l'amaro digestivo Giuliani forse mi avrebbe risollevato. In sua mancanza ieri sera ho preso commiato da Makis e mi son buttato a dormire il sonno non dei giusti ma piuttosto quello dei disgraziati con problemi allo stomaco.
Comunque, ancora una volta ho lasciato Xanthi (la terza volta in 2 anni) col solito senso di rammarico e nostalgia. Mi sto innamorando sempre di piu' di questa piccola cittadina tradizionale, incantevole, tipica da cartolina greca e allo stesso tempo moderna, vivace, con una vita notturna che non finisce mai e prosegue ininterrotta da un pub a un piano bar, da una taverna a un ristorantino sulla strada, tra musica, gruppi che suonano dal vivo, motorini che scorazzano dappertutto e tante, tantissime fiche. Mi piacerebbe scrivere una guida turistica su Xanthi. Ci sono le fiche piu belle del mondo, vicoli del centro tortuosi e affascinanti, casettine tradizionali seminascoste da alberi da frutto e olivi, storia che testimonia il dominio ottomano, la classicita' greca e la religione ortodossa. Ma di questo parlero' in un topic apposito, dedicato a Xanthi e a tutte le sue bellezze: artistiche, culturali, paesaggistiche e faunistiche.
Fatto sta che per cause di forza maggiore ho dovuto lasciare la citta' (Makis sarebbe dovuto tornare a Salonicco oggi e quindi non avevo un altro posto dove dormire) e ho preso il treno a mezzogiorno in direzione Alessandropoli, vicino al confine con la Turchia. Ci sono arrivato dopo circa un'ora e mezza.
Come mi aveva gia' detto il Sanzio (vera enciclopedia vivente del turismo internazionale, altro che la Lonely Planet) non esistono piu' collegamenti diretti tra Grecia e Turchia da un anno a questa parte (l'anno scorso, la seconda volta venni da queste parti in motorino quindi non so se gia' allora la situazione era quella attuale) ma di fatto tutti i treni e gli autobus dalla Grecia non fanno piu servizio per la Turchia e anche le compagnie turche non entrano piu' in Grecia.
Questo mi fa pensare che i rapporti tra i due paesi peggiorino ogni giorno che passa - come se ce ne fosse bisogno o conferma - e son convinto che la Grecia abbia voluto abolire tutti i collegamenti via terra giusto perche', facendo parte della Comunita' Europea, non puo' permettersi di chiudere, sigillare, le frontiere. Anche se son convinto che non gli parrebbe il vero e lo fara' sicuramente se sara' costretta a dichiarare bancarotta ed uscire dalla Comunita'.
Nell'impossibilita' di sigillare le frontiere con la Turchia (ma anche con la Bulgaria, la Macedonia e l'Albania) la Grecia ha pensato ad una soluzione semplicissima: non effettuare piu' collegamenti e trasporti tra se' e i paesi confinanti, ovvero i paesi nemici, odiati e disprezzati. Basta sopprimere tutti i treni, tutti gli autobus ed il gioco e' fatto.
Se uno vuole entrare nei paesi confinanti (ed un greco si chiede perche' uno dovrebbe farlo visto che in teoria son tutti posti di merda, son tutti abitati da gente del cazzo, sono covi di criminali, clandestini, feccia e progenie degli abominii umani: inutile sottolineare che la Grecia e' uno dei paesi piu' razzisti e intolleranti che abbia mai visitato....ma anche di questo raccontero' in un altro topic) allora ha solo una scelta: arrivare fino al confine e poi da li arrangiarmi in qualche modo.
Cosa che e' appunto successa oggi. Ed ho capito quanto l'odio e l'intolleranza sicuramente procurano solo noie e contrattempi alla povera gente che niente ha a che fare con queste stupide faide nazionalistico-razziste delle quali a noi viandanti non ce ne potrebbe fregare di meno.
Verso le 1.30 del pomeriggio arrivo a Alessandropoli....bella cittadina sul mare, di cui ho visto poco ma mi ha dato una bella impressione. Siamo gia' con un piede in Turchia: la gente ha i lineamenti diversi dai greci-greci, soprattutto le donne che sono decisamente piu' brutte delle greche - quelle non le batte nesuno in fatto di bellezza - seppure sembre belle tettone come da poche altre parti in Europa. Si cominciano a vedere timide scritte "Kebab" qua e la, cosa assolutamente proibita in Grecia perche' devi dire "Giros" senno' ti scannano vivo ("Kebab e' una parola turca, kebab e' merda turca, se vuoi kebab allora vai in Turchia, qui si mangia solo Giros...fuck you") e finalmente gli uomini smettono le onnipresenti barbe greche e indossano bei baffoni ottomani che sono anche piu' simpatici da vedere. Perche' sinceramente non ne potevo piu' di tutti 'sti greci barbuti, soprattutto i giovani. Va di moda la barba in Grecia, con buona pace di Mr. Gillette che non vendera' manco una lametta.
Comunque siamo ancora in Grecia sotto altri punti di vista. La citta' e' assolutamente greca nella architettura e nella pulizia. Grecia ma abitata da turchi, bulgari, zingari: Alessandropoli e' un crogiolo di razze diverse, non e' quindi sorprendente venire a sapere che ci sono moltissime associazioni neonaziste da queste parti. Ma rimane il fatto che e' una citta' molto bella, molto piu di Salonicco, per dirne una.
Da Alessandropoli c'era la vecchia autostrada che corre a diritto nella Turchia europea passando da Tekirdag e finendo a Istambul: 250 km tutti a diritto, ma adesso gli autobus, come detto, non ci passano piu'.
C'e' la linea ferroviaria che svolta improvvisamente a nord e passa da Feres, da Kastanies, sfiora la Bulgaria ed entra ad Edirne, la vecchia capitale dell'impero ottomano prima di Costantinopoli. Ma anche questa e' stata chiusa. E comunque per i greci questo punto di confine e' pericoloso, ci sono abominevoli traffici di clandestini e droga, uno straniero rischia la pelle perche' ci sono tanti albanesi e bulgari cattivi assetati di sangue e carne umana. Tutte stronzate, ma i greci lo pensano veramente.
Sono quindi arrivato a Kastanies, ultimo paesino greco a ridosso del confine, con un trenino locale e da li avrei dovuto attraversare il confine turco e prendere un bus per Edirne e da li proseguire ulteriormente per Istambul. Tutto alla buona, senza grosse indicazioni - anzi nessuna - da parte del ministero dei trasporti greci su quello che mi sarebbe aspettato dopo il confine.
Fatto sta che verso le 5 del pomeriggio arrivo in questa famigerata Kastanies: un cubicolo di cemento di 3 metri quadrati, circondato solo da campi coltivati ed abbandonato, pieno di sudicio, era la stazione. Sembrava quei depositi di materiale dell'ANAS che si trovano su al Passo della Futa. Tutto qui. Attorno solo campi verdi, coltivazioni di grano, alberi da frutto e strade sterrate a perdita d'occhio. Il paesaggio e' decisamente agreste, bello ma alla lunga un po' monotono e le casupole che si trovano qua e la testimoniano di una zona decisamente povera ed arretrata, ricca di agricolutura ma estremamente depressa come livello di vita. Siamo a 3 km dal confine turco e ad un tiro di sputo dalla Bulgaria.
Scendo, vedo solo campi e campi ed ancora campi a perdita d'occhio. Sulla destra in lontananza (moooolto in lontananza) si vede Edirne. Il confine non dovrebbe essere lontano. Ero l'unico a scendere. Anzi ero l'unico passeggero da qualche fermata a questa parte.
L'unica strada sterrata dietro il cubicolo-stazione mi fa pensare di non avere altre alternative e quindi mi incammino sperando di trovare una informazione.
Cammina, cammina, cammina mi ritrovo ad attraversare infiniti campi di grano e coltivazioni, poveri trattori ed aratri, melanzane, melograni, pesche, albicocche qualcuna ancora sugli alberi qualcun'altra gia' spiaccicata per terra. Entro in Kastanies, paesino che potrebbe sembrare un qualsiasi borghetto di case della campagna tra Montecatini e Fucecchio.....tranquillo, bucolico, silenzioso. La gente guarda con sospetto: turco o altra nazionalita' che fossi, in Grecia gli stranieri son sempre visti con quel solito carico di rancore e ostilita' che non ha pari in altre latitudini d'Europa.
Finalmente entro sulla provinciale, dove c'e' qualche negozietto e svolto verso destra visto che almeno il senso dell'orientamento non mi difetta. Kastanies non e' male, e' carina proprio per la sua bucolicita' totale ma non c'e' assolutamente niente da vedere a parte un piccolo tabernacolo ortodosso tra una pizzeria (chiusa) e una farmacia (anch'essa chiusa).
Finalmente vedo il confine: un arco in ferro arrugginito e una scritta "welcome to Greece" priva di tutte le lampadine che in teoria dovrebbero illuminarla (d'altra parte cosa glie ne frega ai greci di augurare un buon "welcome" ai turchi in entrata: calci in culo e via...), un posto di polizia in uno spiazzo molto carino e un benzinaio-rapinatore autorizzato dallo stato. La benzina in Grecia, cosi' come in Turchia e' carissima, molto piu' che in Italia...ed i pozzi di petrolio che riforniscono tutta l'Europa sono a poche centinaia di kilomentri, nel Mar Nero e nel Mar Caspio. In Scandinavia la benzina - che viene importata dal gasdotto che attraversa il Bosforo, costa circa 1.50 euro e qui, cioe' praticamente all'origine dell'oro nero, i prezzi sono allucinanti. Ingiustizie dell'economia globale e delle multinazionali. In Grecia e Turchia gli stipendi sono di circa 400 euro al mese (tendenti al ribasso), nell'Europa del nord dai 2000 euro in su, eppure la benzina che viene prodotta qui vicino costa il 30% in piu': Turchia, Grecia ed Italia sono i punti di arrivo del gasdotto ucraino, ci sono i porti dove viene caricata e spedita a tutti i benzinai d'Europa e trasportare una autobotte di benzina da Pisa alla Finlandia sicuramente costa l'ira di Dio. Ma in Finlandia, Danimarca, Norvegia la benzina costa il 30% meno che nei paesi che si incaricano di diffonderla in tutta Europa. A morte il Nord Europa, a morte lo spread e a morte quella troia della Merkel che gongla nel vedere l'Europa del Sud, la terronia, morire di fame e strisciare ai piedi delle grandi nazioni nordiche.
Controlli doganali velocissimi e una informazione da parte di un ufficiale greco simpatico e sorridente: "ci sono 6 km da qui ad Edirne ma sul confine turco forse trovi un autobus"...mah...non suonava molto rassicurante.
I punti tra confine e confine sono chiamati "terre di nessuno" e sono strisce di campi abbandonati circondati da reticolati, fili spinati, avvisi di divieto di fotografare e probabilmente anche mine seppellite qua e la. La terra di nessuno tra Grecia e Turchia e' una lunga strada dritta di circa 1 km, brutta e squallida come tutte le altre terre di nessuno. Ma oltre l'arco dell'entrata in Turchia le cose cambiano decisamente: un bel viale alberato che sembra un parco comunale con alberi verdi e ombrosi, giardinetti curati, statue di Ataturk dappertutto, pavoni, tigri (?) e perfino la casetta dei 7 nani (???) che sembravano piu Disneyland che l'estremo avamposto militare ottomano. Boh. Meglio cosi'. Lungo strada incontro 3 vipere spiaccicate, due giovanotti ubriachi e una famigliola di chiare origini turche che stava ritornando al paesello. Li passo senza salutarli e vo a diritto fino al check point.
"Ci sono 8 km da qui ad Edirne (in Grecia mi avevano detto 6....) e non ci sono autobus. Ma puoi prendere il taxi"
Cazzo...avevo solo 10 centesimi in tasca convinto di trovare un bancomat al confine turco (dove avrei prelevato direttamente Lire turche invece di stare a scambiare gli euro a tassi di cambio criminali).
"Il Bancomat ci sara' quando viene la luna piena" mi dice l'ufficiale turco. Non capisco cosa vuol dire e tra me e me comincio a bestemmiare capendo che avrei dovuto farmi quegli 8 km a piedi. Non c'era altra soluzione.
La strada per Edirne e' una lunghissima striscia di asfalto identica a quanto visto nell'ultimo avamposto greco: campi, campi, campi ed ancora campi. Ogni tanto un fruttivendolo lungo strada: un tavolaccio di legno, una cassetta di verdure (contenuto: 1 melanzana, 2 o 3 pomodori, 1 melograno) ed una tanica di benzina come sedia. Ogni tanto mi fermavo su un divano (?) al bordo della strada a fumarmi una sigaretta ma si stava veramente bene, con un bel sole e una leggera brezza rinfrancante. In lontananza vedo la famigliola turca che nel frattempo, zitta zitta, mi era ripassata avanti visto che io mi fermavo a cazzeggiare ogni cento metri.
Cento mentri....pensavo a come farmi passare quegli 8 km e mi era venuto in mente una cosa stupida.
Se alle Olimpiadi fanno i 100 metri in 9 secondi, a me sarebbe bastato fare 80 volte i cento metri e sarei arrivato ad Edirne. 9 secondi per 80 volte fa circa 13 minuti, pensavo. 8 km in 13 minuti sarebbe stato ottimo. Peccato che poi la realta' sia sempre leggermente diversa e quasi sempre a sfavore. Gia' 100 metri solo APPARENTEMENTE sembrano brevi (cazzo, uno li fa in 9 secondi, penso...) ma in realta' sono lunghetti: e qui capisci veramente quanto va veloce Husain Bolt perche' a me ci vogliono circa 40-50 secondi per farli.
Poi moltiplicarli per 80, per raggiungere i famosi 8 km, non passa mai. Ad un cetro punto mi chiedevo questa moltiplicazione a quanto era arrivata: a 20? 30? Sarebbero mancati comunque altre 50 o 60 volte cento metri. Una tortura psicofisica con 15 kg di roba sulle spalle.
Per raggiungere e sorpassare la famigliola turca che era nella mia stessa situazione (ovvero zero soldi per permettersi un taxi) ci ho impiegato circa 3 kilometri. Andavano giusto a 5 passi all'ora piu lenti di me.
Trovo una bandierina turca in terra, la prendo ed improvvisamente capisco le parole dell'ufficiale alla frontiera.
La bandiera turca, da secoli, ha come simbolo la mezzaluna (anzi il quarto di luna crescente). "Il bancomat arrivera' quando ci sara' la luna piena"....
Forse e' una battuta che in Turchia fa ridere, forse era una osservazione simpaticamente polemica (ed in effetti mi ha fatto ridere per un nanosecondo) ma tutto cio' mi ha fatto ulteriormente preoccupare: e se ad Edirne non ci sono bancomat? Chi lo sa? Come avrei fatto? Con 10 centesimi - vabbe' che la Turchia non e' cara - non e' che si vada da molte parti.
Arrivo finalmente ad Edirne dopo aver ammirato da lontano (da mooooolto lontano) le quattro guglie della sua bella moschea, famosa ed antica.
Edirne non ha mezze misure: la citta' comincia subito senza tanti preamboli, senza una periferia o qualche strisciatina di casette prima di entrare nell'abitato vero e proprio. Comincia tutta all'improvviso.
Un trattore trainato da cavallo (non a vapore) con una bellissima ragazzina zingara, suo fratellino piccolo e il padre intento a dar di forcone. Lei mi guarda, era tutta sudata, con la pelle scura scura e i capelli corvini mossi da una leggera brezza. Quando le zingare son belle, son veramente belle, Perlomeno fino ai 20 anni, poi dopo e' un disastro. Ma lei era bellissima ed assomigliava tantissimo a Bidiraya, la venditrice di fiori al molo di Kadikoy. Mi fermo piu avanti a sedere per una sigaretta. Me l'ero meritata dopo tutta 'sta sgropponata. Il carretto passa, lei sopra continua a guardarmi, io continuo a guardarla. Mi sorride, sorride a suo padre tutta soddisfatta ed in cambio si prende una manata in testa.
Poco dopo ecco che una macchina si ferma. Era la famigliola turca appiedata che aveva finalmente trovato il mezzo: evidentemente abitavano li. Mi dicono: "sali, ti portiamo noi".
Parlavano inglese ed erano molto simpatici. Se fossi stato in Grecia col cazzo che si sarebbero fermati ad aiutare uno straniero. Turchi brava gente.
Mi portano alla stazione, io offro loro un pacchetto di biscotti ma gentilmente rifiutano. Erano entrambi insegnanti di non so cosa all'universita'.
Edirne e' formata da due parti: la parte vecchia viene prima ed e' bellissima, piena di bancarelle e locanducce come in India, con tavoli all'aperto lungo tutta la strada, tutto molto pittoresco anche se povero e polveroso. Ma a me queste cose garbano da morire.
Giardini verdissimi e immacolati con parchi e laghi, tanta gente, aria di ottomanita' dappertutto. Un ripidissimo ponte scende a picco sul fiume, un bel fiume grande e pulito che non so come si chiami per poi risalire altrettanto ripidamente verso la moschea, dietro la quale comincia la citta' nuova dopo un tratto di strada assolutamente spoglio e degradato, pieno solo di campi incolti e scheletri di palazzi mai terminati di costruire.
Poi comincia la citta' nuova che assomiglia tanto alla parte asiatica di Istanbul, Kadikoy e Besiktas, moderna, ariosa, pulita e confortevole.
Alla stazione la ferale notizia: oggi e domani niente treni, oggi neanche nessuno a lavorare. Cazzo, devo prendere il bus.
Quando ci sono i giorni che le cose prendono una certa piega, e' difficile che la situazione si raddirzzi all'improvviso. E visto che oggi era, mio malgrado, il walking day, cioe' la giornata dedicata alle lunghe camminate, ho dovuto sorbirmelo fino in fondo. La stazione degli autobus era esattamente dall'altra parte della citta', il che voleva dire altri 6 km alla fin dei conti, da aggiungere agli altri 3 (dal cubicolo-stazione di Kastanes al confine) + 8 dal confine ad Edirne centro. E vai, 17 km senza contare i 2 km da dove dormivo a Xanthi fino alla stazione. In compenso ho visto un bel matrimonio con tanto di orchestrina tradizionale che suonava le belle nenie turche. Auguri agli sposi, lei era anche abbastanza gnocca.
Trovo il bancomat, trovo la stazione dei bus, un po' oscura ma gigantesca e mangio un sandwich ("Sandviç") e un toast ("Tost") conditi dalla meravigliosa e sempre piu' introvabile Cola Turka, sponsor di importantissime squadre di calcio e basket di Istanbul ma impossibile ormai da trovare nei negozi. Cose turche.
L'autobus da Edirne partiva alle 20.30 e sarebbe arrivato da qualche parte sconosciuta al terminale di Istanbul alle 23.00, orario accettabile per trovare un posto dove dormire. Sapevo dove sarei andato a cercare: o alla Mavi Guesthouse o all'Island, due guesthouse proprio dietro Haga Sofia e la Moschea Blu. Dalla terrazza dell'Island si gode un panorama meraviglioso nonostante stiano frapponendo una inquietante struttura di acciaio che dovrebbe essere lo scheletro di un palazzone megamoderno che deturpa la vista, inibisce la visione delle due belle moschee e c'entra come il cavolo a merenda tra tutte queste mura romane, museo del Topkapi, casette tradizionali e vecchiume vario.
Sul bus (che si dice "Bus" in turco, mentre treno si dice "Tren") avevo il posto proprio accanto ad una bella vaccona turca....all'inizio decisamente nervosa e seccata di avere un maschio straniero accanto e alla fine tutta eccitata di starmi appiccicata pelle contro pelle per tutto il viaggio. Morbidosa e sudaticcia, ogni volta che mi muovevo o cambiavo posizione finivo per trovarmela sempre appiccicata - nel vero senso della parola - sul mio braccio. Ovviamente appena arrivati alla fermata di Istanbul e' scomparsa in un attimo.
Fortuna che - visto che il turista zaino in spalla fa sempre un certo effetto - ho conosciuto un'altra bella vaccona turca al terminale di Istambul, circa 10 km dal centro. O meglio, e' stata lei ad attaccare bottone, la bella e tanta Demir, corvina, occhi grandi e neri, belle bocce grandi e fisico bello in carne come garba a me. Veramente, veramente bella e tanta.
Generalmente le turche son bruttine, viaggiano tra l'insipido e il decisamente brutto a dir la verita' e non c'e' neanche paragone con le greche. Queste ultime belle in carne, pelle liscissima come seta e porcellana, cosce e culi esageratamente belli, grandi, morbidi e sensuali, facce bellissime, occhi bellissimi, erotismo semplicemente perfetto, carnagione vagamente abbronzata. Le turche son generalmente tutte secche, piatte, rifinite, nasoni all'ebrea grandi e brutti, occhiaie, occhi bovini, pelle rinsecchita di un colore cadaverico, capelli crespi e opachi...insomma dei veri cessi e quando si truccano per semprare piu carine diventano pacchiane, pesanti e volgari come le vecchie puttane cinquantenni ormai senza clienti. C'e' a chi garbano - in Europa il genere "ragazza secca, piatta, longilinea" sembra andare molto nei paesi cosiddetti sviluppati, simbolo di perfezione e armonia corporea, salute e snellezza. Vitasnella, acqua Rocchetta e insipidi integratori vitaminici rendono possibile la perdita di peso per la felicita' di tante ragazze rachitiche e isteriche dell'Europa moderna e civile. Per me sono la negazione totale della sensualita' e dell'erotismo. Le greche sono belle piene, cosce grandi e morbide, polpose e lucide come mortadelle, puppe gigantesche e un generale senso di florida salute fatta di mangiate abbondanti di carne e salumi vari. Lascio tutte le secchine vegetariane e salutiste all'Europa sviluppata. Io preferisco essere sottosviluppato ed amare ancora le forme generose ed idolatrare le sane mangiate di carne che permettono siffatti capolavori della natura. Anche in Mongolia si mangia carne - solo carne e spaghetti - per 9 mesi l'anno ed infatti anche li le donne sono le asiatiche piu belle di tutte: alte, sviluppate, tettone, pelle bellissima. Non come quelle mezzeseghe cinesi secchine, rifinite, rachitiche, con la pelle avvizzita e brutta: continuate a mangiare brodaglie, verdurine e zuppe: sarete finalmente secche come le modelle ma a me chi mangia solo verdura per mantenersi in salute o non mangia proprio per rimanere bella magra e snella....beh....mi fanno solo pena, nonche' schifo.
Tornando a noi.....la bella Demir, florido fiore ottomano, comincia a parlarmi e continuiamo a chiacchierare per tutto il viaggio tanto che all'inizio dovevo scendere a Sultanhamet, poi avevo rimandato fino a Galata, poi ancora potevo scendere a Taksim e alla fine sono sceso a Kasim Pasa senno' l'autista si incazzava ogni volta che gli dicevo "scendo alla prossima, vai, almeno finisco di parlare con Demir"...il risultato e' che sono sceso nel quartiere piu' povero, pericoloso ed inquietante di tutta Istanbul, dove nessuno osa entrarci dopo una certa ora la sera. Gia' di pomeriggio, quando ci ero venuto col mio amico Filippo Zambon avevamo incontrato una fauna umana fatta di pigri nullafacenti seduti alla finestra con la pistola in mano (c'e' una bella foto fatta da Filippo che testimonia che non dico cazzate...), prostitute, bambini cenciosi, facce patibolari (papponi, mariuoli, spacciatori, fancazzisti ), vecchine intabarrate nei veli che guardano sfuggenti e con sospetto, miseria e depressione ovunque lo sguardo si posasse. Tanto che appena ho detto "Scendo qua" si e' levato un "ooooh" generale di sincera commozione, ero un bravo ragazzo e non meritavo una fine del genere. Demir mi ha detto di stare attento, io le ho detto che non ho paura e lei, carinissima, mi ha strinto la mano e detto "tu sei un vero uomo, ci rivediamo presto"...eh si, spero proprio di si perche' non smetto di pensare a lei per un solo momento....florido fiore ottomano.
Fatto sta che Istanbul e' ancora piu moderna, trasgressiva, iperaffollata di turisti e gente da tutto il mondo di quanto gia' lo era l'anno scorso......camminare dalle parti di Taksim e' impossibile: ci saranno state decine di migliaia di persone, negozi sempre aperti e sempre piu lussuosi, tutti vestiti come i supermodelli, donnine turche ubriache e seminude in compagnia del nuovo ganzo straniero o di qualche bel manzo turco (l'Islam ha decisamente fatto il suo tempo....) e tanto, tanto sapore di trasgressione totale. Cosa che francamente odio....la mia Istanbul non e' qui e domani vado a Kadikoy dove c'e' pace, tranquillita' e un po' meno turismo e disinibizione. Cento volte meglio una bella Demir - a proposito anche lei insegnate, e con questo siamo gia' a tre incontrati oggi - o una bella Bidiraya che vende fiori al porto di Kadikoy che mille di queste vacche turche figlie della trasgressione, dell'alcol e del divertimento, nonche' amanti della scopata libera col primo manzo attraente che trovano...ho visto delle scene allucinanti....e soltanto una scarpa di queste troie costa piu' di tutti i vestiti che mi porto addosso e nello zaino. Odio il turismo, il benessere e la degenerazione estetico-ludica del benessere....il mondo sta diventando un bordello a cielo aperto finche' un giorno arrivera' il momento di dichiarare bancarotta e chiudere tutto e la pacchia finisce....se questa gente sta tutto il giorno a gozzovigliare, divertirsi, bere, ballare, scopare, spendere e strusciarsi l'un l'altro, dove cazzo li trovano i soldi per fare tutto cio'? Anche a Xanthi, citta' universitaria, la vita e' cosi' 24 ore su 24. La Grecia sta andando in bancarotta ma alle giovani generazioni poco importa: finche' hanno i soldi per stare tutta la notte a mangiare, bere e fumare (nel vero senso della parola perche' fino alle 5/6 la mattina tutto il paese si riversa per le strade in una orgia continua di canti, balli, risate, mangiate, fumate e scopate, letteralmente) e finche' ci sono i genitori che danno loro i soldi per vivere tutto il giorno nel paese dei balocchi allora divertiamoci al massimo. Al conto da pagare non ci pensa nessuno, finche' ci sono i soldi divertiamoci.
Comunque adesso sono finalmente arrivato alla odiosissima Mavi Guesthouse di Ali' (nome originalissimo): un posto che ho sempre odiato per l'atmosfera che vi si respira, coi classici backpacker bellini, divertenti, easy going che si ritrovano sempre qui. Appena arrivato, sui tavoli fuori c'era un sacchetto di marijuana di quasi 2 etti buttato li....due americani ubriachi e istintivamente antipatici gia' facevano battutine sul nuovo arrivato con le classiche fighette turiste sempre pronte ad appiccicarsi al primo viaggiatore cool che le faccia divertire e bagnare un po' con battute ambigue, fumate di erba sotto il cielo stellato di Istanbul e birre in continuazione....avrei voluto prendere tutti a calci in faccia per liberare l'umanita' da questi scarti umani, ignoranti e presuntuosi come solo i backpacker fighetti sanno esserlo, tipico esempio di come nel mondo esistano razze inferiori e razze superiori, cervelli piu o meno sviluppati. Forse sono io troppo serio. Forse e' figo girare il mondo tra un ostello e un altro e sembrare cool perche' una volta sei andato a Barcellona, una volta a Phuket e una volta persino sulle isole greche. Turismo di classe che pero' fa figo perche' ci sono tante discoteche e tanti luoghi di divertimento. Io che son stato nel nulla della Mongolia, nel nulla da quarto mondo della Cina, nella Kathmandu piu' povera e pericolosa e nella Siberia invernale....non faccio tanto figo come questi backpackers col cappello alla Marlowe sulle ventitre', vestiti da viaggio firmati Armani, cravatta e barbettina accuratamente incolta su camicia di seta aperta ad altezza torace palestrato o, al contrario che fa ancor piu figo, glabro come un bambino o come Justin Bieber. Oltretutto quando sento parlare americano istintivamente mi verrebbe voglia di scaricare un AK47 nelle gengive dei maledetti yankees. Se c'e' una cosa che odio dell'America e' proprio quella parlata nasale, dialettale, volgare, fittissima di parole e logorroica fino alla nausea. Odio gli americani proprio per il fatto che esistono.
C'era una finlandese in compagnia del suo amico: sembravano Batty & Gay ("Capo sono arrivati i tipi che stavamo aspettando." "Descrivimeli" "Una sembra una mignotta e l'altro un serafino": tavola memorabile da un numero del mitico fumetto....) e questi americani cool e ubriachi sciorinano un campionario di orrori che avrei dovuto registrare per poi spedire all'istituto di antropologia culturale: "Ti sei colorata i capelli di nero? tutte le finlandesi che mi son scopato erano bionde, quindi anche tu sei bionda originariamente", "Ah, Helsinki...e' una citta' bellissima e ricchissima di monumenti antichi", "C'e' una isola misteriosa davanti ad Helsinki (...) dove c'e' una fortezza costruita dai vichinghi contro i romani, me lo ha detto un mio amico che c'e' andato a Settembre, dice che faceva veramente freddo" "Ah la lingua finlandese mi ricora tanto il cinese, non sono mai andato a Hong Kong ma mi sono fatto una turista cinese una volta" e altre mostruosita' del genere per far vedere che anche i backpaper piu' cool, uriachi e scoperecci hanno qualche nozioncina di storia, arte e cultura generale. Se ci fosse ancora il buon vecchio Mike Bongiorno potrebbero partecipare a Rischiatutto.
Allegria. Roba da dare in cavia al Dottor Mengele per i suoi esperimenti....l'umanita' non avrebbe sicuramente protestato per averla liberata da cretini simili....
Appena ho tempo raccontero' di Xanthi e della Grecia...adesso vado a Kadikoy a vedere se ritrovo la bella zingarella che vende fiori al molo e poi il Gran Premio di Formula 1 a Monza in qualche pub.
Sperando che Demir, florido fiore ottomano, mi chiami o mi scriva.
Stamattina mi son svegliato a Xanthi, Grecia coi postumi di una brutta indigestione avuta durante (cioe' dopo) la festa del paese la sera prima. Piu' che indigestione e' una strozzatura del diaframma che mi impedisce di mangiare piu' di un certo tot pena dolori jnfernali allo stomaco e ai polmoni per ore e ore e ore. Ci fosse stato l'amaro digestivo Giuliani forse mi avrebbe risollevato. In sua mancanza ieri sera ho preso commiato da Makis e mi son buttato a dormire il sonno non dei giusti ma piuttosto quello dei disgraziati con problemi allo stomaco.
| Alla taverna di Angelos |
| Makis, Angelos e Ilias |
Comunque, ancora una volta ho lasciato Xanthi (la terza volta in 2 anni) col solito senso di rammarico e nostalgia. Mi sto innamorando sempre di piu' di questa piccola cittadina tradizionale, incantevole, tipica da cartolina greca e allo stesso tempo moderna, vivace, con una vita notturna che non finisce mai e prosegue ininterrotta da un pub a un piano bar, da una taverna a un ristorantino sulla strada, tra musica, gruppi che suonano dal vivo, motorini che scorazzano dappertutto e tante, tantissime fiche. Mi piacerebbe scrivere una guida turistica su Xanthi. Ci sono le fiche piu belle del mondo, vicoli del centro tortuosi e affascinanti, casettine tradizionali seminascoste da alberi da frutto e olivi, storia che testimonia il dominio ottomano, la classicita' greca e la religione ortodossa. Ma di questo parlero' in un topic apposito, dedicato a Xanthi e a tutte le sue bellezze: artistiche, culturali, paesaggistiche e faunistiche.
| Nelle stradine di Xanthi |
| Xanthi si prepara alla festa di paese |
| Le belle case del centro di Xanthi |
Come mi aveva gia' detto il Sanzio (vera enciclopedia vivente del turismo internazionale, altro che la Lonely Planet) non esistono piu' collegamenti diretti tra Grecia e Turchia da un anno a questa parte (l'anno scorso, la seconda volta venni da queste parti in motorino quindi non so se gia' allora la situazione era quella attuale) ma di fatto tutti i treni e gli autobus dalla Grecia non fanno piu servizio per la Turchia e anche le compagnie turche non entrano piu' in Grecia.
Questo mi fa pensare che i rapporti tra i due paesi peggiorino ogni giorno che passa - come se ce ne fosse bisogno o conferma - e son convinto che la Grecia abbia voluto abolire tutti i collegamenti via terra giusto perche', facendo parte della Comunita' Europea, non puo' permettersi di chiudere, sigillare, le frontiere. Anche se son convinto che non gli parrebbe il vero e lo fara' sicuramente se sara' costretta a dichiarare bancarotta ed uscire dalla Comunita'.
Nell'impossibilita' di sigillare le frontiere con la Turchia (ma anche con la Bulgaria, la Macedonia e l'Albania) la Grecia ha pensato ad una soluzione semplicissima: non effettuare piu' collegamenti e trasporti tra se' e i paesi confinanti, ovvero i paesi nemici, odiati e disprezzati. Basta sopprimere tutti i treni, tutti gli autobus ed il gioco e' fatto.
Se uno vuole entrare nei paesi confinanti (ed un greco si chiede perche' uno dovrebbe farlo visto che in teoria son tutti posti di merda, son tutti abitati da gente del cazzo, sono covi di criminali, clandestini, feccia e progenie degli abominii umani: inutile sottolineare che la Grecia e' uno dei paesi piu' razzisti e intolleranti che abbia mai visitato....ma anche di questo raccontero' in un altro topic) allora ha solo una scelta: arrivare fino al confine e poi da li arrangiarmi in qualche modo.
Cosa che e' appunto successa oggi. Ed ho capito quanto l'odio e l'intolleranza sicuramente procurano solo noie e contrattempi alla povera gente che niente ha a che fare con queste stupide faide nazionalistico-razziste delle quali a noi viandanti non ce ne potrebbe fregare di meno.
Verso le 1.30 del pomeriggio arrivo a Alessandropoli....bella cittadina sul mare, di cui ho visto poco ma mi ha dato una bella impressione. Siamo gia' con un piede in Turchia: la gente ha i lineamenti diversi dai greci-greci, soprattutto le donne che sono decisamente piu' brutte delle greche - quelle non le batte nesuno in fatto di bellezza - seppure sembre belle tettone come da poche altre parti in Europa. Si cominciano a vedere timide scritte "Kebab" qua e la, cosa assolutamente proibita in Grecia perche' devi dire "Giros" senno' ti scannano vivo ("Kebab e' una parola turca, kebab e' merda turca, se vuoi kebab allora vai in Turchia, qui si mangia solo Giros...fuck you") e finalmente gli uomini smettono le onnipresenti barbe greche e indossano bei baffoni ottomani che sono anche piu' simpatici da vedere. Perche' sinceramente non ne potevo piu' di tutti 'sti greci barbuti, soprattutto i giovani. Va di moda la barba in Grecia, con buona pace di Mr. Gillette che non vendera' manco una lametta.
Comunque siamo ancora in Grecia sotto altri punti di vista. La citta' e' assolutamente greca nella architettura e nella pulizia. Grecia ma abitata da turchi, bulgari, zingari: Alessandropoli e' un crogiolo di razze diverse, non e' quindi sorprendente venire a sapere che ci sono moltissime associazioni neonaziste da queste parti. Ma rimane il fatto che e' una citta' molto bella, molto piu di Salonicco, per dirne una.
Da Alessandropoli c'era la vecchia autostrada che corre a diritto nella Turchia europea passando da Tekirdag e finendo a Istambul: 250 km tutti a diritto, ma adesso gli autobus, come detto, non ci passano piu'.
C'e' la linea ferroviaria che svolta improvvisamente a nord e passa da Feres, da Kastanies, sfiora la Bulgaria ed entra ad Edirne, la vecchia capitale dell'impero ottomano prima di Costantinopoli. Ma anche questa e' stata chiusa. E comunque per i greci questo punto di confine e' pericoloso, ci sono abominevoli traffici di clandestini e droga, uno straniero rischia la pelle perche' ci sono tanti albanesi e bulgari cattivi assetati di sangue e carne umana. Tutte stronzate, ma i greci lo pensano veramente.
Sono quindi arrivato a Kastanies, ultimo paesino greco a ridosso del confine, con un trenino locale e da li avrei dovuto attraversare il confine turco e prendere un bus per Edirne e da li proseguire ulteriormente per Istambul. Tutto alla buona, senza grosse indicazioni - anzi nessuna - da parte del ministero dei trasporti greci su quello che mi sarebbe aspettato dopo il confine.
Fatto sta che verso le 5 del pomeriggio arrivo in questa famigerata Kastanies: un cubicolo di cemento di 3 metri quadrati, circondato solo da campi coltivati ed abbandonato, pieno di sudicio, era la stazione. Sembrava quei depositi di materiale dell'ANAS che si trovano su al Passo della Futa. Tutto qui. Attorno solo campi verdi, coltivazioni di grano, alberi da frutto e strade sterrate a perdita d'occhio. Il paesaggio e' decisamente agreste, bello ma alla lunga un po' monotono e le casupole che si trovano qua e la testimoniano di una zona decisamente povera ed arretrata, ricca di agricolutura ma estremamente depressa come livello di vita. Siamo a 3 km dal confine turco e ad un tiro di sputo dalla Bulgaria.
Scendo, vedo solo campi e campi ed ancora campi a perdita d'occhio. Sulla destra in lontananza (moooolto in lontananza) si vede Edirne. Il confine non dovrebbe essere lontano. Ero l'unico a scendere. Anzi ero l'unico passeggero da qualche fermata a questa parte.
L'unica strada sterrata dietro il cubicolo-stazione mi fa pensare di non avere altre alternative e quindi mi incammino sperando di trovare una informazione.
Cammina, cammina, cammina mi ritrovo ad attraversare infiniti campi di grano e coltivazioni, poveri trattori ed aratri, melanzane, melograni, pesche, albicocche qualcuna ancora sugli alberi qualcun'altra gia' spiaccicata per terra. Entro in Kastanies, paesino che potrebbe sembrare un qualsiasi borghetto di case della campagna tra Montecatini e Fucecchio.....tranquillo, bucolico, silenzioso. La gente guarda con sospetto: turco o altra nazionalita' che fossi, in Grecia gli stranieri son sempre visti con quel solito carico di rancore e ostilita' che non ha pari in altre latitudini d'Europa.
Finalmente entro sulla provinciale, dove c'e' qualche negozietto e svolto verso destra visto che almeno il senso dell'orientamento non mi difetta. Kastanies non e' male, e' carina proprio per la sua bucolicita' totale ma non c'e' assolutamente niente da vedere a parte un piccolo tabernacolo ortodosso tra una pizzeria (chiusa) e una farmacia (anch'essa chiusa).
Finalmente vedo il confine: un arco in ferro arrugginito e una scritta "welcome to Greece" priva di tutte le lampadine che in teoria dovrebbero illuminarla (d'altra parte cosa glie ne frega ai greci di augurare un buon "welcome" ai turchi in entrata: calci in culo e via...), un posto di polizia in uno spiazzo molto carino e un benzinaio-rapinatore autorizzato dallo stato. La benzina in Grecia, cosi' come in Turchia e' carissima, molto piu' che in Italia...ed i pozzi di petrolio che riforniscono tutta l'Europa sono a poche centinaia di kilomentri, nel Mar Nero e nel Mar Caspio. In Scandinavia la benzina - che viene importata dal gasdotto che attraversa il Bosforo, costa circa 1.50 euro e qui, cioe' praticamente all'origine dell'oro nero, i prezzi sono allucinanti. Ingiustizie dell'economia globale e delle multinazionali. In Grecia e Turchia gli stipendi sono di circa 400 euro al mese (tendenti al ribasso), nell'Europa del nord dai 2000 euro in su, eppure la benzina che viene prodotta qui vicino costa il 30% in piu': Turchia, Grecia ed Italia sono i punti di arrivo del gasdotto ucraino, ci sono i porti dove viene caricata e spedita a tutti i benzinai d'Europa e trasportare una autobotte di benzina da Pisa alla Finlandia sicuramente costa l'ira di Dio. Ma in Finlandia, Danimarca, Norvegia la benzina costa il 30% meno che nei paesi che si incaricano di diffonderla in tutta Europa. A morte il Nord Europa, a morte lo spread e a morte quella troia della Merkel che gongla nel vedere l'Europa del Sud, la terronia, morire di fame e strisciare ai piedi delle grandi nazioni nordiche.
Controlli doganali velocissimi e una informazione da parte di un ufficiale greco simpatico e sorridente: "ci sono 6 km da qui ad Edirne ma sul confine turco forse trovi un autobus"...mah...non suonava molto rassicurante.
I punti tra confine e confine sono chiamati "terre di nessuno" e sono strisce di campi abbandonati circondati da reticolati, fili spinati, avvisi di divieto di fotografare e probabilmente anche mine seppellite qua e la. La terra di nessuno tra Grecia e Turchia e' una lunga strada dritta di circa 1 km, brutta e squallida come tutte le altre terre di nessuno. Ma oltre l'arco dell'entrata in Turchia le cose cambiano decisamente: un bel viale alberato che sembra un parco comunale con alberi verdi e ombrosi, giardinetti curati, statue di Ataturk dappertutto, pavoni, tigri (?) e perfino la casetta dei 7 nani (???) che sembravano piu Disneyland che l'estremo avamposto militare ottomano. Boh. Meglio cosi'. Lungo strada incontro 3 vipere spiaccicate, due giovanotti ubriachi e una famigliola di chiare origini turche che stava ritornando al paesello. Li passo senza salutarli e vo a diritto fino al check point.
"Ci sono 8 km da qui ad Edirne (in Grecia mi avevano detto 6....) e non ci sono autobus. Ma puoi prendere il taxi"
Cazzo...avevo solo 10 centesimi in tasca convinto di trovare un bancomat al confine turco (dove avrei prelevato direttamente Lire turche invece di stare a scambiare gli euro a tassi di cambio criminali).
"Il Bancomat ci sara' quando viene la luna piena" mi dice l'ufficiale turco. Non capisco cosa vuol dire e tra me e me comincio a bestemmiare capendo che avrei dovuto farmi quegli 8 km a piedi. Non c'era altra soluzione.
La strada per Edirne e' una lunghissima striscia di asfalto identica a quanto visto nell'ultimo avamposto greco: campi, campi, campi ed ancora campi. Ogni tanto un fruttivendolo lungo strada: un tavolaccio di legno, una cassetta di verdure (contenuto: 1 melanzana, 2 o 3 pomodori, 1 melograno) ed una tanica di benzina come sedia. Ogni tanto mi fermavo su un divano (?) al bordo della strada a fumarmi una sigaretta ma si stava veramente bene, con un bel sole e una leggera brezza rinfrancante. In lontananza vedo la famigliola turca che nel frattempo, zitta zitta, mi era ripassata avanti visto che io mi fermavo a cazzeggiare ogni cento metri.
Cento mentri....pensavo a come farmi passare quegli 8 km e mi era venuto in mente una cosa stupida.
Se alle Olimpiadi fanno i 100 metri in 9 secondi, a me sarebbe bastato fare 80 volte i cento metri e sarei arrivato ad Edirne. 9 secondi per 80 volte fa circa 13 minuti, pensavo. 8 km in 13 minuti sarebbe stato ottimo. Peccato che poi la realta' sia sempre leggermente diversa e quasi sempre a sfavore. Gia' 100 metri solo APPARENTEMENTE sembrano brevi (cazzo, uno li fa in 9 secondi, penso...) ma in realta' sono lunghetti: e qui capisci veramente quanto va veloce Husain Bolt perche' a me ci vogliono circa 40-50 secondi per farli.
Poi moltiplicarli per 80, per raggiungere i famosi 8 km, non passa mai. Ad un cetro punto mi chiedevo questa moltiplicazione a quanto era arrivata: a 20? 30? Sarebbero mancati comunque altre 50 o 60 volte cento metri. Una tortura psicofisica con 15 kg di roba sulle spalle.
Per raggiungere e sorpassare la famigliola turca che era nella mia stessa situazione (ovvero zero soldi per permettersi un taxi) ci ho impiegato circa 3 kilometri. Andavano giusto a 5 passi all'ora piu lenti di me.
Trovo una bandierina turca in terra, la prendo ed improvvisamente capisco le parole dell'ufficiale alla frontiera.
La bandiera turca, da secoli, ha come simbolo la mezzaluna (anzi il quarto di luna crescente). "Il bancomat arrivera' quando ci sara' la luna piena"....
Forse e' una battuta che in Turchia fa ridere, forse era una osservazione simpaticamente polemica (ed in effetti mi ha fatto ridere per un nanosecondo) ma tutto cio' mi ha fatto ulteriormente preoccupare: e se ad Edirne non ci sono bancomat? Chi lo sa? Come avrei fatto? Con 10 centesimi - vabbe' che la Turchia non e' cara - non e' che si vada da molte parti.
Arrivo finalmente ad Edirne dopo aver ammirato da lontano (da mooooolto lontano) le quattro guglie della sua bella moschea, famosa ed antica.
Edirne non ha mezze misure: la citta' comincia subito senza tanti preamboli, senza una periferia o qualche strisciatina di casette prima di entrare nell'abitato vero e proprio. Comincia tutta all'improvviso.
Un trattore trainato da cavallo (non a vapore) con una bellissima ragazzina zingara, suo fratellino piccolo e il padre intento a dar di forcone. Lei mi guarda, era tutta sudata, con la pelle scura scura e i capelli corvini mossi da una leggera brezza. Quando le zingare son belle, son veramente belle, Perlomeno fino ai 20 anni, poi dopo e' un disastro. Ma lei era bellissima ed assomigliava tantissimo a Bidiraya, la venditrice di fiori al molo di Kadikoy. Mi fermo piu avanti a sedere per una sigaretta. Me l'ero meritata dopo tutta 'sta sgropponata. Il carretto passa, lei sopra continua a guardarmi, io continuo a guardarla. Mi sorride, sorride a suo padre tutta soddisfatta ed in cambio si prende una manata in testa.
Poco dopo ecco che una macchina si ferma. Era la famigliola turca appiedata che aveva finalmente trovato il mezzo: evidentemente abitavano li. Mi dicono: "sali, ti portiamo noi".
Parlavano inglese ed erano molto simpatici. Se fossi stato in Grecia col cazzo che si sarebbero fermati ad aiutare uno straniero. Turchi brava gente.
Mi portano alla stazione, io offro loro un pacchetto di biscotti ma gentilmente rifiutano. Erano entrambi insegnanti di non so cosa all'universita'.
Edirne e' formata da due parti: la parte vecchia viene prima ed e' bellissima, piena di bancarelle e locanducce come in India, con tavoli all'aperto lungo tutta la strada, tutto molto pittoresco anche se povero e polveroso. Ma a me queste cose garbano da morire.
Giardini verdissimi e immacolati con parchi e laghi, tanta gente, aria di ottomanita' dappertutto. Un ripidissimo ponte scende a picco sul fiume, un bel fiume grande e pulito che non so come si chiami per poi risalire altrettanto ripidamente verso la moschea, dietro la quale comincia la citta' nuova dopo un tratto di strada assolutamente spoglio e degradato, pieno solo di campi incolti e scheletri di palazzi mai terminati di costruire.
Poi comincia la citta' nuova che assomiglia tanto alla parte asiatica di Istanbul, Kadikoy e Besiktas, moderna, ariosa, pulita e confortevole.
Alla stazione la ferale notizia: oggi e domani niente treni, oggi neanche nessuno a lavorare. Cazzo, devo prendere il bus.
Quando ci sono i giorni che le cose prendono una certa piega, e' difficile che la situazione si raddirzzi all'improvviso. E visto che oggi era, mio malgrado, il walking day, cioe' la giornata dedicata alle lunghe camminate, ho dovuto sorbirmelo fino in fondo. La stazione degli autobus era esattamente dall'altra parte della citta', il che voleva dire altri 6 km alla fin dei conti, da aggiungere agli altri 3 (dal cubicolo-stazione di Kastanes al confine) + 8 dal confine ad Edirne centro. E vai, 17 km senza contare i 2 km da dove dormivo a Xanthi fino alla stazione. In compenso ho visto un bel matrimonio con tanto di orchestrina tradizionale che suonava le belle nenie turche. Auguri agli sposi, lei era anche abbastanza gnocca.
Trovo il bancomat, trovo la stazione dei bus, un po' oscura ma gigantesca e mangio un sandwich ("Sandviç") e un toast ("Tost") conditi dalla meravigliosa e sempre piu' introvabile Cola Turka, sponsor di importantissime squadre di calcio e basket di Istanbul ma impossibile ormai da trovare nei negozi. Cose turche.
L'autobus da Edirne partiva alle 20.30 e sarebbe arrivato da qualche parte sconosciuta al terminale di Istanbul alle 23.00, orario accettabile per trovare un posto dove dormire. Sapevo dove sarei andato a cercare: o alla Mavi Guesthouse o all'Island, due guesthouse proprio dietro Haga Sofia e la Moschea Blu. Dalla terrazza dell'Island si gode un panorama meraviglioso nonostante stiano frapponendo una inquietante struttura di acciaio che dovrebbe essere lo scheletro di un palazzone megamoderno che deturpa la vista, inibisce la visione delle due belle moschee e c'entra come il cavolo a merenda tra tutte queste mura romane, museo del Topkapi, casette tradizionali e vecchiume vario.
Sul bus (che si dice "Bus" in turco, mentre treno si dice "Tren") avevo il posto proprio accanto ad una bella vaccona turca....all'inizio decisamente nervosa e seccata di avere un maschio straniero accanto e alla fine tutta eccitata di starmi appiccicata pelle contro pelle per tutto il viaggio. Morbidosa e sudaticcia, ogni volta che mi muovevo o cambiavo posizione finivo per trovarmela sempre appiccicata - nel vero senso della parola - sul mio braccio. Ovviamente appena arrivati alla fermata di Istanbul e' scomparsa in un attimo.
Fortuna che - visto che il turista zaino in spalla fa sempre un certo effetto - ho conosciuto un'altra bella vaccona turca al terminale di Istambul, circa 10 km dal centro. O meglio, e' stata lei ad attaccare bottone, la bella e tanta Demir, corvina, occhi grandi e neri, belle bocce grandi e fisico bello in carne come garba a me. Veramente, veramente bella e tanta.
Generalmente le turche son bruttine, viaggiano tra l'insipido e il decisamente brutto a dir la verita' e non c'e' neanche paragone con le greche. Queste ultime belle in carne, pelle liscissima come seta e porcellana, cosce e culi esageratamente belli, grandi, morbidi e sensuali, facce bellissime, occhi bellissimi, erotismo semplicemente perfetto, carnagione vagamente abbronzata. Le turche son generalmente tutte secche, piatte, rifinite, nasoni all'ebrea grandi e brutti, occhiaie, occhi bovini, pelle rinsecchita di un colore cadaverico, capelli crespi e opachi...insomma dei veri cessi e quando si truccano per semprare piu carine diventano pacchiane, pesanti e volgari come le vecchie puttane cinquantenni ormai senza clienti. C'e' a chi garbano - in Europa il genere "ragazza secca, piatta, longilinea" sembra andare molto nei paesi cosiddetti sviluppati, simbolo di perfezione e armonia corporea, salute e snellezza. Vitasnella, acqua Rocchetta e insipidi integratori vitaminici rendono possibile la perdita di peso per la felicita' di tante ragazze rachitiche e isteriche dell'Europa moderna e civile. Per me sono la negazione totale della sensualita' e dell'erotismo. Le greche sono belle piene, cosce grandi e morbide, polpose e lucide come mortadelle, puppe gigantesche e un generale senso di florida salute fatta di mangiate abbondanti di carne e salumi vari. Lascio tutte le secchine vegetariane e salutiste all'Europa sviluppata. Io preferisco essere sottosviluppato ed amare ancora le forme generose ed idolatrare le sane mangiate di carne che permettono siffatti capolavori della natura. Anche in Mongolia si mangia carne - solo carne e spaghetti - per 9 mesi l'anno ed infatti anche li le donne sono le asiatiche piu belle di tutte: alte, sviluppate, tettone, pelle bellissima. Non come quelle mezzeseghe cinesi secchine, rifinite, rachitiche, con la pelle avvizzita e brutta: continuate a mangiare brodaglie, verdurine e zuppe: sarete finalmente secche come le modelle ma a me chi mangia solo verdura per mantenersi in salute o non mangia proprio per rimanere bella magra e snella....beh....mi fanno solo pena, nonche' schifo.
Tornando a noi.....la bella Demir, florido fiore ottomano, comincia a parlarmi e continuiamo a chiacchierare per tutto il viaggio tanto che all'inizio dovevo scendere a Sultanhamet, poi avevo rimandato fino a Galata, poi ancora potevo scendere a Taksim e alla fine sono sceso a Kasim Pasa senno' l'autista si incazzava ogni volta che gli dicevo "scendo alla prossima, vai, almeno finisco di parlare con Demir"...il risultato e' che sono sceso nel quartiere piu' povero, pericoloso ed inquietante di tutta Istanbul, dove nessuno osa entrarci dopo una certa ora la sera. Gia' di pomeriggio, quando ci ero venuto col mio amico Filippo Zambon avevamo incontrato una fauna umana fatta di pigri nullafacenti seduti alla finestra con la pistola in mano (c'e' una bella foto fatta da Filippo che testimonia che non dico cazzate...), prostitute, bambini cenciosi, facce patibolari (papponi, mariuoli, spacciatori, fancazzisti ), vecchine intabarrate nei veli che guardano sfuggenti e con sospetto, miseria e depressione ovunque lo sguardo si posasse. Tanto che appena ho detto "Scendo qua" si e' levato un "ooooh" generale di sincera commozione, ero un bravo ragazzo e non meritavo una fine del genere. Demir mi ha detto di stare attento, io le ho detto che non ho paura e lei, carinissima, mi ha strinto la mano e detto "tu sei un vero uomo, ci rivediamo presto"...eh si, spero proprio di si perche' non smetto di pensare a lei per un solo momento....florido fiore ottomano.
Fatto sta che Istanbul e' ancora piu moderna, trasgressiva, iperaffollata di turisti e gente da tutto il mondo di quanto gia' lo era l'anno scorso......camminare dalle parti di Taksim e' impossibile: ci saranno state decine di migliaia di persone, negozi sempre aperti e sempre piu lussuosi, tutti vestiti come i supermodelli, donnine turche ubriache e seminude in compagnia del nuovo ganzo straniero o di qualche bel manzo turco (l'Islam ha decisamente fatto il suo tempo....) e tanto, tanto sapore di trasgressione totale. Cosa che francamente odio....la mia Istanbul non e' qui e domani vado a Kadikoy dove c'e' pace, tranquillita' e un po' meno turismo e disinibizione. Cento volte meglio una bella Demir - a proposito anche lei insegnate, e con questo siamo gia' a tre incontrati oggi - o una bella Bidiraya che vende fiori al porto di Kadikoy che mille di queste vacche turche figlie della trasgressione, dell'alcol e del divertimento, nonche' amanti della scopata libera col primo manzo attraente che trovano...ho visto delle scene allucinanti....e soltanto una scarpa di queste troie costa piu' di tutti i vestiti che mi porto addosso e nello zaino. Odio il turismo, il benessere e la degenerazione estetico-ludica del benessere....il mondo sta diventando un bordello a cielo aperto finche' un giorno arrivera' il momento di dichiarare bancarotta e chiudere tutto e la pacchia finisce....se questa gente sta tutto il giorno a gozzovigliare, divertirsi, bere, ballare, scopare, spendere e strusciarsi l'un l'altro, dove cazzo li trovano i soldi per fare tutto cio'? Anche a Xanthi, citta' universitaria, la vita e' cosi' 24 ore su 24. La Grecia sta andando in bancarotta ma alle giovani generazioni poco importa: finche' hanno i soldi per stare tutta la notte a mangiare, bere e fumare (nel vero senso della parola perche' fino alle 5/6 la mattina tutto il paese si riversa per le strade in una orgia continua di canti, balli, risate, mangiate, fumate e scopate, letteralmente) e finche' ci sono i genitori che danno loro i soldi per vivere tutto il giorno nel paese dei balocchi allora divertiamoci al massimo. Al conto da pagare non ci pensa nessuno, finche' ci sono i soldi divertiamoci.
Comunque adesso sono finalmente arrivato alla odiosissima Mavi Guesthouse di Ali' (nome originalissimo): un posto che ho sempre odiato per l'atmosfera che vi si respira, coi classici backpacker bellini, divertenti, easy going che si ritrovano sempre qui. Appena arrivato, sui tavoli fuori c'era un sacchetto di marijuana di quasi 2 etti buttato li....due americani ubriachi e istintivamente antipatici gia' facevano battutine sul nuovo arrivato con le classiche fighette turiste sempre pronte ad appiccicarsi al primo viaggiatore cool che le faccia divertire e bagnare un po' con battute ambigue, fumate di erba sotto il cielo stellato di Istanbul e birre in continuazione....avrei voluto prendere tutti a calci in faccia per liberare l'umanita' da questi scarti umani, ignoranti e presuntuosi come solo i backpacker fighetti sanno esserlo, tipico esempio di come nel mondo esistano razze inferiori e razze superiori, cervelli piu o meno sviluppati. Forse sono io troppo serio. Forse e' figo girare il mondo tra un ostello e un altro e sembrare cool perche' una volta sei andato a Barcellona, una volta a Phuket e una volta persino sulle isole greche. Turismo di classe che pero' fa figo perche' ci sono tante discoteche e tanti luoghi di divertimento. Io che son stato nel nulla della Mongolia, nel nulla da quarto mondo della Cina, nella Kathmandu piu' povera e pericolosa e nella Siberia invernale....non faccio tanto figo come questi backpackers col cappello alla Marlowe sulle ventitre', vestiti da viaggio firmati Armani, cravatta e barbettina accuratamente incolta su camicia di seta aperta ad altezza torace palestrato o, al contrario che fa ancor piu figo, glabro come un bambino o come Justin Bieber. Oltretutto quando sento parlare americano istintivamente mi verrebbe voglia di scaricare un AK47 nelle gengive dei maledetti yankees. Se c'e' una cosa che odio dell'America e' proprio quella parlata nasale, dialettale, volgare, fittissima di parole e logorroica fino alla nausea. Odio gli americani proprio per il fatto che esistono.
C'era una finlandese in compagnia del suo amico: sembravano Batty & Gay ("Capo sono arrivati i tipi che stavamo aspettando." "Descrivimeli" "Una sembra una mignotta e l'altro un serafino": tavola memorabile da un numero del mitico fumetto....) e questi americani cool e ubriachi sciorinano un campionario di orrori che avrei dovuto registrare per poi spedire all'istituto di antropologia culturale: "Ti sei colorata i capelli di nero? tutte le finlandesi che mi son scopato erano bionde, quindi anche tu sei bionda originariamente", "Ah, Helsinki...e' una citta' bellissima e ricchissima di monumenti antichi", "C'e' una isola misteriosa davanti ad Helsinki (...) dove c'e' una fortezza costruita dai vichinghi contro i romani, me lo ha detto un mio amico che c'e' andato a Settembre, dice che faceva veramente freddo" "Ah la lingua finlandese mi ricora tanto il cinese, non sono mai andato a Hong Kong ma mi sono fatto una turista cinese una volta" e altre mostruosita' del genere per far vedere che anche i backpaper piu' cool, uriachi e scoperecci hanno qualche nozioncina di storia, arte e cultura generale. Se ci fosse ancora il buon vecchio Mike Bongiorno potrebbero partecipare a Rischiatutto.
Allegria. Roba da dare in cavia al Dottor Mengele per i suoi esperimenti....l'umanita' non avrebbe sicuramente protestato per averla liberata da cretini simili....
Appena ho tempo raccontero' di Xanthi e della Grecia...adesso vado a Kadikoy a vedere se ritrovo la bella zingarella che vende fiori al molo e poi il Gran Premio di Formula 1 a Monza in qualche pub.
Sperando che Demir, florido fiore ottomano, mi chiami o mi scriva.
| Kastanies, confine greco-turco, ore 17.00 |
mercoledì 29 agosto 2012
Танюша
Татьяна Успенская
Forse ci rivedremo presto ! Un nuovo viaggio sta cominciando, e questa volta senza fretta di arrivare o di ritornare indietro ...
Forse ci rivedremo presto ! Un nuovo viaggio sta cominciando, e questa volta senza fretta di arrivare o di ritornare indietro ...
lunedì 9 luglio 2012
Mi ricordo a Lhasa
Stavo camminando un giorno per le vie del mercato della città vecchia, sperduto tra vicoli stracolmi di tibetani, di ruote di preghiera, di odore di burro di yak. E militari, tanti, tantissimi militari cinesi agli angoli strategici delle vie, in trincee riparatissime. Militari dai volti truci e spietati, col mitra carico e puntato ad altezza uomo, pronti a far fuoco alla prima occasione. Penso che non stessero aspettando altro.
Cammino....due meravigliose ragazze mi guardano e mi indicano. Dopo un pò cominciamo a chiacchierare in inglese - miracolo! - e mi chiedono dove sto andando. Non avendo una meta precisa, mi invitano a visitare la loro università di lingue....era poco più avanti, nel quartiere periferico dei cinesi, fatto di strate brutte e rotte, di palazzoni quadrati e tenuti male, di Cina come si vede in tutti gli altri posti.
Entro in classe, tanti ragazzini sporchi, dai volti scuri e bruciati dal sole, vestiti male, mi si avvicinano con curiosità....cominciamo a chiacchierare, parlavano tutti un discreto inglese a parte le ragazze, soprattutto le cinesi che non parlavano proprio.
Studiano tre lingue: inglese, una lingua a scelta tra giapponese, russo, coreano, francese o tedesco ed infine il tibetano. Si, perchè pur essendo tibetani ormai l'insegnamento della loro lingua è diventato facoltativo. Gli insegnanti insegnano tutti in cinese, gli studenti devono studiare e parlare solamente in cinese. I testi di scuola dal 2008 sono esclusivamente in cinese. Molti giovani tibetani non solo non sanno più scrivere la loro lingua ma non sanno neanche più parlarla. Devono pagare rette salatissime alle università cinesi per impararla.
Socializziamo, cominciamo a chiederci tante cose: da dove vieni, cosa fai, qual'è il tuo villaggio, cosa vorresti fare in futuro, perchè io sono in Tibet, se mi piace il Tibet....
Entra il professore....un tipo simpatico e gioviale...vede che i suoi allievi stanno chiacchierando in inglese e se ne stupisce.
"Non hanno mai parlato così tanto con me....ti va di fare lezione al mio posto? Se va bene, puoi venire anche domani altre 2 ore"
Ho risposto di si....1 minuto dopo ero dietro la cattedra a fare lezione in una università di Lhasa, Tibet, a dei tibetani....
Sulle guide c'e' scritto che agli stranieri è proibito parlare con la gente del luogo, è proibito viaggiare da soli a Lhasa e in Tibet, è proibito parlare di religione, Dalai Lama, problemi di politica interna cinese e una marea di altre cose. Pena l'arresto, l'espulsione e magari anche qualche torturuccia visto che ai cinesi queste cose piacciono tanto.
In 2 giorni abbiamo parlato du tutto: giornalismo, libertà politica, problemi economici del Tibet e di Lhasa, della rivolta di qualche anno prima. Ma anche delle condizioni dei villaggi e delle famiglie di quei poveri studenti. Molti vorrebbero fare il dottore per aiutare i poveri del loro villaggio. Molti vorrebbero fare i giornalisti ma sanno benissimo che per un tibetano è impossibile. Molti vorrebbero continuare gli studi al'estero ma sanno benissimo che questo è ancora più impossibile. Molti non sanno ancora....chi vuol sfondare nella musica e chi nello sport.
Pensieri semplici si alternavano a osservazioni profonde sulle discriminazioni razziali e sociali...
E' venuto fuori un quadro fosco, drammatico, cattivo....ho respirato e toccato con mano l'odio dei tibetani verso i cinesi. Le trincee che assediano la città non sono li per caso. I militari pronti a falciare col piombo i tibetani inermi sono il simbolo di questo odio reciproco.
Mi sembrava di essere quasi fuori luogo, inutile e incapace di poter far qualcosa....poi sono uscito e ho conosciuto Audrey, bellissima e carinissima ragazzina tibetana...siamo stati tutto il giorno insieme. Anche lei vorrebbe fare la dottoressa per il suo villaggio lontano. Anche lei odia i cinesi, la sua famiglia si è ridotta in miseria da quando i cinesi hanno monopolizzato le 3 attività commerciali del loro villaggio.
Il giorno dopo son tornato: di nuovo la solita lezione su libertà, democrazia, tolleranza religiosa e sogni futuri.
Ci siamo scambiati le email e i numeri di telefono, promettendoci di scriverci e di tenerci in contatto, mi hanno promesso regali e foto da spedire.
Di tutti quei ragazzi non mi è mai arrivata una email. Di tutte le email che ho mandato loro sono tornate tutte indietro: "indirizzo sconosciuto"
A volte mi chiedo - e la risposta mi è ovvia - quali conseguenze possano aver avuto quei 2 giorni di lezione. Microspie e microfoni, telecamere e studenti cinesi venduti e infami sono presenti in tutte le scuole, in quelle tibetane più che mai.
Mi chiedo come stanno, a volte sono preoccupato per quello che potrebbe essere stato di loro....
Buona fortuna, ragazzi miei...eravate in gamba
Cammino....due meravigliose ragazze mi guardano e mi indicano. Dopo un pò cominciamo a chiacchierare in inglese - miracolo! - e mi chiedono dove sto andando. Non avendo una meta precisa, mi invitano a visitare la loro università di lingue....era poco più avanti, nel quartiere periferico dei cinesi, fatto di strate brutte e rotte, di palazzoni quadrati e tenuti male, di Cina come si vede in tutti gli altri posti.
Entro in classe, tanti ragazzini sporchi, dai volti scuri e bruciati dal sole, vestiti male, mi si avvicinano con curiosità....cominciamo a chiacchierare, parlavano tutti un discreto inglese a parte le ragazze, soprattutto le cinesi che non parlavano proprio.
Studiano tre lingue: inglese, una lingua a scelta tra giapponese, russo, coreano, francese o tedesco ed infine il tibetano. Si, perchè pur essendo tibetani ormai l'insegnamento della loro lingua è diventato facoltativo. Gli insegnanti insegnano tutti in cinese, gli studenti devono studiare e parlare solamente in cinese. I testi di scuola dal 2008 sono esclusivamente in cinese. Molti giovani tibetani non solo non sanno più scrivere la loro lingua ma non sanno neanche più parlarla. Devono pagare rette salatissime alle università cinesi per impararla.
Socializziamo, cominciamo a chiederci tante cose: da dove vieni, cosa fai, qual'è il tuo villaggio, cosa vorresti fare in futuro, perchè io sono in Tibet, se mi piace il Tibet....
Entra il professore....un tipo simpatico e gioviale...vede che i suoi allievi stanno chiacchierando in inglese e se ne stupisce.
"Non hanno mai parlato così tanto con me....ti va di fare lezione al mio posto? Se va bene, puoi venire anche domani altre 2 ore"
Ho risposto di si....1 minuto dopo ero dietro la cattedra a fare lezione in una università di Lhasa, Tibet, a dei tibetani....
Sulle guide c'e' scritto che agli stranieri è proibito parlare con la gente del luogo, è proibito viaggiare da soli a Lhasa e in Tibet, è proibito parlare di religione, Dalai Lama, problemi di politica interna cinese e una marea di altre cose. Pena l'arresto, l'espulsione e magari anche qualche torturuccia visto che ai cinesi queste cose piacciono tanto.
In 2 giorni abbiamo parlato du tutto: giornalismo, libertà politica, problemi economici del Tibet e di Lhasa, della rivolta di qualche anno prima. Ma anche delle condizioni dei villaggi e delle famiglie di quei poveri studenti. Molti vorrebbero fare il dottore per aiutare i poveri del loro villaggio. Molti vorrebbero fare i giornalisti ma sanno benissimo che per un tibetano è impossibile. Molti vorrebbero continuare gli studi al'estero ma sanno benissimo che questo è ancora più impossibile. Molti non sanno ancora....chi vuol sfondare nella musica e chi nello sport.
Pensieri semplici si alternavano a osservazioni profonde sulle discriminazioni razziali e sociali...
E' venuto fuori un quadro fosco, drammatico, cattivo....ho respirato e toccato con mano l'odio dei tibetani verso i cinesi. Le trincee che assediano la città non sono li per caso. I militari pronti a falciare col piombo i tibetani inermi sono il simbolo di questo odio reciproco.
Mi sembrava di essere quasi fuori luogo, inutile e incapace di poter far qualcosa....poi sono uscito e ho conosciuto Audrey, bellissima e carinissima ragazzina tibetana...siamo stati tutto il giorno insieme. Anche lei vorrebbe fare la dottoressa per il suo villaggio lontano. Anche lei odia i cinesi, la sua famiglia si è ridotta in miseria da quando i cinesi hanno monopolizzato le 3 attività commerciali del loro villaggio.
Il giorno dopo son tornato: di nuovo la solita lezione su libertà, democrazia, tolleranza religiosa e sogni futuri.
Ci siamo scambiati le email e i numeri di telefono, promettendoci di scriverci e di tenerci in contatto, mi hanno promesso regali e foto da spedire.
Di tutti quei ragazzi non mi è mai arrivata una email. Di tutte le email che ho mandato loro sono tornate tutte indietro: "indirizzo sconosciuto"
A volte mi chiedo - e la risposta mi è ovvia - quali conseguenze possano aver avuto quei 2 giorni di lezione. Microspie e microfoni, telecamere e studenti cinesi venduti e infami sono presenti in tutte le scuole, in quelle tibetane più che mai.
Mi chiedo come stanno, a volte sono preoccupato per quello che potrebbe essere stato di loro....
Buona fortuna, ragazzi miei...eravate in gamba
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