martedì 6 agosto 2013
Ricordi di un autunno passato
Mi ricordo un pomeriggio assolato a Dubai...ma non la Dubai dei ricchi. La parte povera, quella nascosta e silenziosa, dei poveri immigrati, dei pakistani e dei bengalesi servi dei ricchi, dei poveri supermercatini etnici, tutto così lontano dal lusso del resto della città, dagli sceicchi arroganti e viziosi. Mi ricordo di un pomeriggio assolato tra le vie spettrali di una città immersa nel nulla del deserto con un pesante zaino in spalla, strade piene di sabbia portata dal vento, sabbia che si appiccicava addosso senza pietà, sabbia ovunque ed infine l'attesa per l'autobus per l'Oman.
E l'Oman, questo oscuro paese che mi ha lasciato una sensazione strana, di alienità, di qualcosa che non ho ancora capito bene cosa fosse, di piccoli villaggi sudicissimi lungo strada di fronte a moschee tutte illuminate e adornate di mille colori elettrici, di disgustosi cessi pubblici ripieni di merda di fronte a giardini ed oasi immacolate. E Muscate, una città buia, povera (perlomeno nella zona vicino alla fermata dell'autobus da Dubai) e non molto rassicurante eppure carissima. Talmente cara da aver dormito su un prato di notte. Talmente tanto diversa dalla ricca e sfarzosa Dubai degli sceicchi che abbiamo diviso uno scassatissimo taxi abusivo con altri 3 ragazzini che dovevano tornare verso casa. E l'aeroporto che sembrava una casermuccia popolare dove stranamente c'era gente che veniva da tutto il mondo. Ed il primo aereo preso a caso, verso l'estremo oriente. "Qual'è il primo volo a poco verso est?"
"C'è un volo per Kuala Lumpur tra 6 ore"
"Va bene, me lo dia"
E da li è cominciata una avventura di 5 mesi in Malesia, quasi per caso, sicuramente
Non so perchè mi tornano in mente queste immagini, però mi ricordo, lo sento ancora, che stavo bene e non avevo paura. Anzi, lo stare via,, lontano, nella notte in posti che non avevo mai visto, senza una lira in tasca e dormendo dove capitava, mi faceva sentire incredibilmente forte e fiducioso. Ricordi belli di un fine ottobre 2012
venerdì 11 gennaio 2013
3 mesi, 6 mesi
Sono 3 mesi che mi ritrovo qui in Malesia, Kuala Lumpur, quasi per caso dopo essere scappato precipitosamente da Tehran e ancor piu' precipitosamente da Dubai via Oman....mi ero promesso di scrivere ogni giorno e alla fine eccomi qui, mesi e mesi di silenzio e di ricordi, fatti, avventure, persone accumulate e non dimenticate ma neanche scritte. Tra poco devo lasciare la Malesia, il visto scade a giorni. Destinazione: unknown. Forse Indonesia, forse Thailandia. Decidero' all'ultimo momento, come sempre.
C'e' wanita Sofia, c'e' Rudy Karunguni e Jayie Sil Khannaz, c'e' Peepu Mase'/Filippo Mase' e il grinder Sanzio Megli...ma c'e' anche Libero Ahmad e il pakistano portiere d'albergo a Dubai....una notte a dormire su un prato in una oscurissima e inquietante Muscate in Oman e la Siberia e il Nepal che son sempre li' in agguato, pronti a ricordarmi che esistono e mi aspettano.
Tante cose.....ormai la mia vita e' un viaggio, non mi ricordo neanche quando son partito e non so dove andro'. C'e' qualcosa di....strano? anticonvenzionale? disperato? coraggioso? insensato? utopistico? in tutto questo. Ed io son qui che non riesco a raccontarlo neanche a me stesso. Figuriamoci agli altri.
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| Selamat malam, wanita kecil cantik. Saya rindu ku |
giovedì 15 novembre 2012
Selamat malam Indonesia
The first day I saw her, she made me laugh so much with her funny attitude.
Terima kasih, superwanita. You give me reasons and hopes for the future.
Selamat malam to you, guru saya
giovedì 8 novembre 2012
La Clinica del Dr. Oorloff (e dei suoi amici)
Ma e' anche la strada della misteriosa "Clinica del Dr. Oorloff e dei suoi amici"....
non si sa bene cosa facciano, forse chirurgia plastica....e non si sa bene chi siano i suoi amici....forse l'assistente deforme Morpho e la contessa Irina Karlstein (che, in quanto succhiatrice, da queste parti dovrebbe trovare lavoro abbastanza facilmente....)
Io ci farei un salto...
lunedì 29 ottobre 2012
Sera nella Chinatown di Kuala Lumpur
Una ragazza sepolta tra le borse del suo negozio siede. Non brutta, non bella: l'avro' vista milioni di altre volte in milioni di altri posti. Non presta nessuna attenzione ai clienti e al mondo. Si fa solo gli affari suoi, appiccicando gli occhi all'ennesimo Ipad. Chissa' da quanti anni sono li quelle borse. Come chissa' da quanti anni sono qui questi ventilatori appiccicati a balaustre di legno antico e bisunto, grondanti sudicio e poco refrigerio. Tavoli e sedie vischiosi, bancone del cibo pieno di piatti sporchi, travi di legno vecchie che sorreggono tetti di lamiera e sacchi di plastica. Amo i ristoranti malesi, questi ristoranti all'aperto, sepolti sotto le logge dei palazzi coi tavoli fuori, con i cuochi che cucinano sul marciapiede proprio sotto le arcate dei palazzi. Due banconi, uno per angolo - perche' i ristoranti all'aperto sono sempre agli angoli delle basi dei palazzi, per prendere i clienti sia dall'una che dall'altra strada, due tavoli nel mezzo per poggiare la roba e piu' cose, fusti d'olio, piatti, rumori, suoni, personale e travi di legno che in un templio buddista. Amo la Malesia per i suoi ristoranti all'aperto, improvvisati cosi' tra le logge e la strada, che riempiono tutti gli spazi possibili.
Di fronte, in una Chinatown piena di bancarelle, indonesiani capelloni e cinesi rasati a zero convivono (non) felicemente l'uno accanto all'altro. Provo a parlare cinese, nessuno capisce. Nel migliore dei casi parlano solo cantonese; nella stragrande maggioranza degli altri parlano solo akka o miao o i dialetti del sud, pieni di toni come il laotiano o nasale e querulo come il thai.
Gente dalla faccia inespressiva, gente dura che pensa solo ai propri affari, gente senza sorrisi che aspettano il prossimo cliente e basta. Mi chiedo se veramente abbiano cognizione della vita. Un malese capellone fuma una sigaretta nella bancarella di borse. Si siede una cinese in minigonna davanti a lui, accanto a me. Lui la guarda con desiderio, lei tira fuori la lingua facendole capire che basta solo mettersi d'accordo sul prezzo.
| Oman, panorama dal cesso |
Puttane. E' pieno. Le mie amiche sono ancora qui, a lavorare offrendo ancora la patetica scusa dei massaggi.
Da quanti secoli ormai la gente ha capito che il cartello rosso con tariffe per chiena e piedi sono solo dei paraventi? Eppure qui si continua ancora cosi'...massaggi...30 ringgit mezz'ora. Pacca sull'uccello e sorrisino. Mi fa capire che con qualche soldo in piu' e' possibile avere qualcos'altro. L'avevo gia' capito 37 anni anni fa, sorrido ed alzo la mano discretamente per dir di no.
Scroscio di pioggia...questa sera e' arrivato con circa 10 minuti di ritardo. Il malese capelluto si affretta a mettere un telo di plastica sulle sue borsette. Alla cinese non frega niente. Probabilmente manco se ne e' accorta, continua a vivere nel suo mondo assolutamente isolato, non alza nemmeno la testa, non accenna un movimento, non fa neanche caso ad un tipo che entra dentro per ripararsi. Non prova neanche a proteggere le sue preziose borsette. Tanto devono solo essere vendute a qualche sconosciuto essere umano. A volte penso che l'umanita' in Asia non esista, le vite sembrano essere pesate a chili. Qui c'e' solo quantita'.
Una americana parla, parla, fa vedere foto e ragiona di tutto. I cinesi hakka sono impassibili, appoggiati alle colonne marce di questo ristorante infilato a forza sotto le logge del palazzo... paiono statue, Forse non si aspettano niente, forse giusto qualche cliente.
Tutto dipende dai punti di vista: se fossi meno cinico direi "come son belli questi cinesi che muovono impercettibilmente il capo mentre assorti osservano la pioggia" oppure loderei la capacita' di concentrazione della ragazza delle borse. Ma dopo 9 anni di Cina e 20 di cinesi mi son rotto di vedere tutta questa umanita' vuota e senza sentimenti che popola le bancarelle dei mercati. Non un sorriso, non un gesto di felicita', non un moto di accoglienza. Soltanto facce impassibili e vuote, annoiate e prive di qualsiasi emozione.
Uno si scaccola guardando nel vuoto. Un altro guarda semplicemente nel niente. Nessuno parla, eppure c'e' un brusio continuo di rumori, di chiacchiericcio, di suoni gutturali e nasali, di pentole che sbattono, di pestelli che picchiano sul tavolo, di carrelli che scorrono sul ciottolato, di milioni di suoni di milioni di attivita' diverse. A Kuala Lumpur non c'e' mai silenzio eppure tutti quelli che vedo se ne stanno li zitti, per i conti propri.
Viene giu' l'inferno. Meglio cosi'. Piu' piove e meno dura. Lasciamo che si scateni l'acquazzone mentre mi ritrovo ormai il culo appiccicato alla sedia tramite qualche misterioso collante vischioso che si accumula qui da chissa' quanti anni....quanti colori, quanti rumori, quanta gente che c'e' qui.
lunedì 22 ottobre 2012
PAGINE SPARSE - Parte 2. Due mesi fa, di notte
Xanthi e' una piccola cittadina nel bel mezzo della Tracia, a meta' strada tra Salonicco e il confine turco. Mi piace la sua vivacita' fatta di vita notturna tra pub e discoteche, piccoli bar e taverne semplici coi tavoli e le sedie in legno bianchi e blu, dove tutto e' al contempo moderno e tradizionale, tra giovani universitari metallari e vecchi baffuti che giocano a backgammon e bevono ouzo. I suoi vicolini in salita, l'architettura ortodossa ottocentesca un po' povera e la moderna trasgressivita' delle piccole realta' periferiche. Siamo gia' con un piede in Asia, tra giovani in motorino senza casco e semafori bellamente ignorati, notti infinite tra un locale e un altro e semplici casette vecchie accanto a grigi palazzoni in cemento pieni di negozietti al pian terreno.
Tutto attorno monti silenziosi, alti e scuri carichi di solitudine e storia millenaria.
E gia' mi immagino Istanbul di sera, seduto sulla veranda della locanda con vista su Haga Sofia e la Moschea Blu, bicchiere di Efes e pensieri in solitaria, la piccola Bidiraya a vendere fiori al molo di Kadikoy, i suoi occhi. Tutto mi sembra gia' cosi' familiare. Forse lo e', basta soltanto allargare le vedute, gli spazi. E' come se andassi a trovare degli amici, bere una birra con loro e passare qualche giorno da solo a scrivere e farmi un po' di affari mia. Solo che gli amici non sono in centro ma sparsi tra Grecia, Turchia, Nepal, Cina e chissa' dove altro. La birra non e' da Ozne ma di fronte a Minar Mehmet Aga e Sultanhamet. Di solitudine e affari miei ne avro' a bizzeffe sulla lunga strada che dalla Turchia mi portera' in Iran e poi Pakistan e ancora Xinjiang, Cina, Tibet, Nepal, India, Indocina, forse Siberia, Mongolia. Non so neanche io precisamente dove. Ne' come. Ne' quando. Ora, adesso. E' appena cominciato e non ho voglia di farmi nessuna domanda. Penso a quella bella donna nepalese che, nuda, si lavava sotto la cascata al bordo della strada, i suoi capelli neri lunghissimi e il suo corpo sinuoso. Di qua monti assassini di cui non si vedeva la cima, di la l'abisso col fiume impetuoso. Nel mezzo il nostro piccolo autobus che arrancava verso Kathmandu. Vorrei rivederla lavarsi sotto la cascata. E questa volta fermarmi da lei
Come sempre questo e' solo un inizio, un nuovo, ennesimo inizio - ancora una volta diretto verso le lande sconfinate dell'Asia. E' tanto grande e immensa, diversa, piena di genti, culture, lingue e religioni diverse. Il Kasimpasa e' secondo in classifica, Filippo e' ritornato a vivere dalle parti di Fuzhou ed io non ho ancora nessun visto sul passaporto. Sto tornando in Asia.
Dal porto di Patrasso si compra il biglietto dell'autobus alla piccolissima stazione della citta' - le stazioni greche sono tutte microscopiche, grandi quanto quelle di qualsiasi fermata locale tra Prato e Firenze: anche Atene non scherza! - e per qualche misterioso motivo si arriva dopo circa due ore di viaggio ad uno sperduto sovrappasso dalle parti di Kiros, dove in una lugubre stazione ci aspetta il treno per Atene. Non ho mai capito come mai non ci sia un collegamento diretto da Patrasso invece di sorbirsi tornanti, salite e discese sulla bellissima costa a bordo di un comodo autobus per raggiungere questo sputacchio di fermata del treno sperduta nel nulla.
Fatto sta che da Kiros ad Atene ci vuole circa un'altra ora e mezza ed attenzione a prendere il treno giusto: io mi son ritrovato alle undici la sera nella periferia piu periferia di Atene, dannandomi l'anima e andando a casaccio prima di trovare la stazione centrale della citta'. A farmi compagnia puttane, uomini maleducati che manco ti rispondono e giovanotti stile Gioventu' ribelle.
Per fortuna il treno per Salonicco parte a mezzanotte, quindi ho avuto tempo di farmi il solito kebab al delizioso Estiatorio Psistaria, di faccia alla stazione. Un bel giardinetto con tavolini illuminati, atmosfera rilassante e padrona albanese gentilissima fanno da contraltare a clienti e passanti tutt'altro che rassicuranti ma fino ad ora inoffensivi.
Come la prima volta anche la tratta fino a Salonicco me la son fatta sdraiato sul pavimento, posti a sedere sempre esauriti ed un caldo soffocante. E tante fiche come sempre, perche' le greche sono veramente dei gran bei pezzi di figliole. Detto da uno che c'ha solo la passera orientale in testa e' tutto un dire. Sono 6 ore che non passano mai e qui non e' come in Cina dove tutti ti guardano con curiosita' e vengono a chiacchierare o tempestarti di domande. I greci sono scontrosi, quasi ai limiti dell'ostilita', sicuramente indifferenti ma sempre con sguardi carichi di rancore. Chissa' perche': forse assomiglio ad un turco o ad un georgiano, gente poco amata da queste parti, come tutti gli altri vicini confinanti.
PAGINE SPARSE. Parte 1 - Addio Turchia
Erzurum compare all'improvviso dietro dei monti: siamo quasi ai confini della Turchia.
L'autobus e' microscopico e dopo circa 200 km, giunti ad Agri ci scarichera' sulla strada chiedendo all'autista di un altro autobus piu' grosso di caricarci e proseguire il viaggio fino a Dogubayazit.
Dogubayazit sembra Erenhot al confine tra Cina e Mongolia: un paese miserabile pieno di polvere e vento. Bambini miserabili pieni di moccolo che cola dal naso e facce abbrutite da pellagra o scabbia che chiedono la carita'. Case da te con tavolini fuori e brutti edifici in cemento senza intonaco che sembrano tristi copie di miserabili villaggi cinesi. C'e' anche una piccola strada commerciale piena di negozi e roba quasi di lusso che stona con tutto il resto del paese. Ho visto anche due turisti tedeschi o americani ma come sempre si sono fatti gli affari loro. Io ho camminato e mi son perduto tra il dedalo di vicoli e corti ai lati di questa sedicente via commerciale, tra sguardi furtivi di ragazze col velo e sorrisi di venditori di kebab. Mi son divertito, ho mangiato un tavuk doner immenso e all'internet point qualcuno parlava anche un goccio d'inglese. C'e' anche qualche microscopico spaccio che vende la birra: l'ultima che trovero' prima di arrivare in India o in Cina.
Dogubayazit e' simpatica nella sua miseria, piena di una umanita' perennemente indaffarata su carri, motocarri, motorini, piena di sfaccendati e bambini mendicanti.
Un piccolo autobus ci portera' fino al confine, a Bazargan. C'e' anche un simpatico ragazzo iraniano dalla faccia per bene: dice che mi aveva visto all'ambasciata il giorno che mi avevano dato il visto, mentre ballavo dalla felicita'. E' un ingegnere fotovoltaico. Con lui abbiamo fatto i circa 50 km fino al confine, fermandoci varie volte lungo strada a caricare misteriosi scatoloni nascosti dietro rovine di palazzi o dietro massi tutti uguali, scaricando vecchini nel bel mezzo del niente della steppa turca e facendo salire misteriose figure provenienti da chissa' dove.
Poi, a tardo pomeriggio, ecco li il confine, tra montagne maligne e minacciose, fredde e ostili. Sulla destra la cima sempre innevata, sempre nebbiosa del Monte Ararat. Come l'altra volta.


