martedì 6 agosto 2013

Ricordi di un autunno passato


Mi ricordo un pomeriggio assolato a Dubai...ma non la Dubai dei ricchi. La parte povera, quella nascosta e silenziosa, dei poveri immigrati, dei pakistani e dei bengalesi servi dei ricchi, dei poveri supermercatini etnici, tutto così lontano dal lusso del resto della città, dagli sceicchi arroganti e viziosi. Mi ricordo di un pomeriggio assolato tra le vie spettrali di una città immersa nel nulla del deserto con un pesante zaino in spalla, strade piene di sabbia portata dal vento, sabbia che si appiccicava addosso senza pietà, sabbia ovunque ed infine l'attesa per l'autobus per l'Oman.
E l'Oman, questo oscuro paese che mi ha lasciato una sensazione strana, di alienità, di qualcosa che non ho ancora capito bene cosa fosse, di piccoli villaggi sudicissimi lungo strada di fronte a moschee tutte illuminate e adornate di mille colori elettrici, di disgustosi cessi pubblici ripieni di merda di fronte a giardini ed oasi immacolate. E Muscate, una città buia, povera (perlomeno nella zona vicino alla fermata dell'autobus da Dubai) e non molto rassicurante eppure carissima. Talmente cara da aver dormito su un prato di notte. Talmente tanto diversa dalla ricca e sfarzosa Dubai degli sceicchi che abbiamo diviso uno scassatissimo taxi abusivo con altri 3 ragazzini che dovevano tornare verso casa. E l'aeroporto che sembrava una casermuccia popolare dove stranamente c'era gente che veniva da tutto il mondo. Ed il primo aereo preso a caso, verso l'estremo oriente. "Qual'è il primo volo a poco verso est?"
"C'è un volo per Kuala Lumpur tra 6 ore"
"Va bene, me lo dia"
E da li è cominciata una avventura di 5 mesi in Malesia, quasi per caso, sicuramente

Non so perchè mi tornano in mente queste immagini, però mi ricordo, lo sento ancora, che stavo bene e non avevo paura. Anzi, lo stare via,, lontano, nella notte in posti che non avevo mai visto, senza una lira in tasca e dormendo dove capitava, mi faceva sentire incredibilmente forte e fiducioso. Ricordi belli di un fine ottobre 2012




venerdì 11 gennaio 2013

3 mesi, 6 mesi

Sono 3 mesi che mi ritrovo qui in Malesia, Kuala Lumpur, quasi per caso dopo essere scappato precipitosamente da Tehran e ancor piu' precipitosamente da Dubai via Oman....mi ero promesso di scrivere ogni giorno e alla fine eccomi qui, mesi e mesi di silenzio e di ricordi, fatti, avventure, persone accumulate e non dimenticate ma neanche scritte. Tra poco devo lasciare la Malesia, il visto scade a giorni. Destinazione: unknown. Forse Indonesia, forse Thailandia. Decidero' all'ultimo momento, come sempre.

C'e' wanita Sofia, c'e' Rudy Karunguni e Jayie Sil Khannaz, c'e' Peepu Mase'/Filippo Mase' e il grinder Sanzio Megli...ma c'e' anche Libero Ahmad e il pakistano portiere d'albergo a Dubai....una notte a dormire su un prato in una oscurissima e inquietante Muscate in Oman e la Siberia e il Nepal che son sempre li' in agguato, pronti a ricordarmi che esistono e mi aspettano.

 Tante cose.....ormai la mia vita e' un viaggio, non mi ricordo neanche quando son partito e non so dove andro'. C'e' qualcosa di....strano? anticonvenzionale? disperato? coraggioso? insensato? utopistico? in tutto questo. Ed io son qui che non riesco a raccontarlo neanche a me stesso. Figuriamoci agli altri.

Selamat malam, wanita kecil cantik. Saya rindu ku

 

giovedì 15 novembre 2012

Selamat malam Indonesia


The first day I saw her, she made me laugh so much with her funny attitude.

Terima kasih, superwanita. You give me reasons and hopes for the future.

Selamat malam to you, guru saya

giovedì 8 novembre 2012

La Clinica del Dr. Oorloff (e dei suoi amici)

Bukit Bintag, tra la Chinatown miserabile e le Petronas Tower....la strada dei mega centri commerciali di lusso, dei bordelli spacciati per centri massaggi, della puttane e dei travestiti che sono gli unici che ti vengono a scambiare due chiacchiere.

Ma e' anche la strada della misteriosa "Clinica del Dr. Oorloff e dei suoi amici"....
non si sa bene cosa facciano, forse chirurgia plastica....e non si sa bene chi siano i suoi amici....forse l'assistente deforme Morpho e la contessa Irina Karlstein (che, in quanto succhiatrice, da queste parti dovrebbe trovare lavoro abbastanza facilmente....)

Io ci farei un salto...


lunedì 29 ottobre 2012

Sera nella Chinatown di Kuala Lumpur


 Una ragazza sepolta tra le borse del suo negozio siede. Non brutta, non bella: l'avro' vista milioni di altre volte in milioni di altri posti. Non presta nessuna attenzione ai clienti e al mondo. Si fa solo gli affari suoi, appiccicando gli occhi all'ennesimo Ipad. Chissa' da quanti anni sono li quelle borse. Come chissa' da quanti anni sono qui questi ventilatori appiccicati a balaustre di legno antico e bisunto, grondanti sudicio e poco refrigerio. Tavoli e sedie vischiosi, bancone del cibo pieno di piatti sporchi, travi di legno vecchie che sorreggono tetti di lamiera e sacchi di plastica. Amo i ristoranti malesi, questi ristoranti all'aperto, sepolti sotto le logge dei palazzi coi tavoli fuori, con i cuochi che cucinano sul marciapiede proprio sotto le arcate dei palazzi. Due banconi, uno per angolo - perche' i ristoranti all'aperto sono sempre agli angoli delle basi dei palazzi, per prendere i clienti sia dall'una che dall'altra strada, due tavoli nel mezzo per poggiare la roba e piu' cose, fusti d'olio, piatti, rumori, suoni, personale e travi di legno che in un templio buddista. Amo la Malesia per i suoi ristoranti all'aperto, improvvisati cosi' tra le logge e la strada, che riempiono tutti gli spazi possibili.

Di fronte, in una Chinatown piena di bancarelle, indonesiani capelloni e cinesi rasati a zero convivono (non) felicemente l'uno accanto all'altro. Provo a parlare cinese, nessuno capisce. Nel migliore dei casi parlano solo cantonese; nella stragrande maggioranza degli altri parlano solo akka o miao o i dialetti del sud, pieni di toni come il laotiano o nasale e querulo come il thai.
Gente dalla faccia inespressiva, gente dura che pensa solo ai propri affari, gente senza sorrisi che aspettano il prossimo cliente e basta. Mi chiedo se veramente abbiano cognizione della vita. Un malese capellone fuma una sigaretta nella bancarella di borse. Si siede una cinese in minigonna davanti a lui, accanto a me. Lui la guarda con desiderio, lei tira fuori la lingua facendole capire che basta solo mettersi d'accordo sul prezzo.

Oman, panorama dal cesso

Puttane. E' pieno. Le mie amiche sono ancora qui, a lavorare offrendo ancora la patetica scusa dei massaggi.
Da quanti secoli ormai la gente ha capito che il cartello rosso con tariffe per chiena e piedi sono solo dei paraventi? Eppure qui si continua ancora cosi'...massaggi...30 ringgit mezz'ora. Pacca sull'uccello e sorrisino. Mi fa capire che con qualche soldo in piu' e' possibile avere qualcos'altro. L'avevo gia' capito 37 anni anni fa, sorrido ed alzo la mano discretamente per dir di no.

Scroscio di pioggia...questa sera e' arrivato con circa 10 minuti di ritardo. Il malese capelluto si affretta a mettere un telo di plastica sulle sue borsette. Alla cinese non frega niente. Probabilmente manco se ne e' accorta, continua a vivere nel suo mondo assolutamente isolato, non alza nemmeno la testa, non accenna un movimento, non fa neanche caso ad un tipo che entra dentro per ripararsi. Non prova neanche a proteggere le sue preziose borsette. Tanto devono solo essere vendute a qualche sconosciuto essere umano. A volte penso che l'umanita' in Asia non esista, le vite sembrano essere pesate a chili. Qui c'e' solo quantita'.
Una americana parla, parla, fa vedere foto e ragiona di tutto. I cinesi hakka sono impassibili, appoggiati alle colonne marce di questo ristorante infilato a forza sotto le logge del palazzo... paiono statue, Forse non si aspettano niente, forse giusto qualche cliente.

Tutto dipende dai punti di vista: se fossi meno cinico direi "come son belli questi cinesi che muovono impercettibilmente il capo mentre assorti osservano la pioggia" oppure loderei la capacita' di concentrazione della ragazza delle borse. Ma dopo 9 anni di Cina e 20 di cinesi mi son rotto di vedere tutta questa umanita' vuota e senza sentimenti che popola le bancarelle dei mercati. Non un sorriso, non un gesto di felicita', non un moto di accoglienza. Soltanto facce impassibili e vuote, annoiate e prive di qualsiasi emozione.

Uno si scaccola guardando nel vuoto. Un altro guarda semplicemente nel niente. Nessuno parla, eppure c'e' un brusio continuo di rumori, di chiacchiericcio, di suoni gutturali e nasali, di pentole che sbattono, di pestelli che picchiano sul tavolo, di carrelli che scorrono sul ciottolato, di milioni di suoni di milioni di attivita' diverse. A Kuala Lumpur non c'e' mai silenzio eppure tutti quelli che vedo se ne stanno li zitti, per i conti propri.

Viene giu' l'inferno. Meglio cosi'. Piu' piove e meno dura. Lasciamo che si scateni l'acquazzone mentre mi ritrovo ormai il culo appiccicato alla sedia tramite qualche misterioso collante vischioso che si accumula qui da chissa' quanti anni....quanti colori, quanti rumori, quanta gente che c'e' qui.

lunedì 22 ottobre 2012

PAGINE SPARSE - Parte 2. Due mesi fa, di notte


Una spuntata ai capelli e una ancor piu' veloce alla barba. Vestiti buttati alla rinfusa nello zaino. L'ultima notte a Prato e' passata cosi'.

Una maglia a maniche lunghe, una a mezze maniche e alcune t-shirt scelte tra le piu' belline - o tra le meno peggio, il che e' uguale - 2 paia di pantaloni affollati di tasche ed uno normale per le serate importanti. Rasoio, macchina per i capelli, medicine in tubetti sporchissimi che neanche mi ricordo per cosa sono: una sembra una scatola di aspirine russe, due libri che non finiro' mai di leggere ed il solito Topolino che mi ritrovo sempre a comprare all'ultima edicola a disposizione, sempre la solita serie, questa volta ho preso il numero 21. Il primo che presi era il numero 3.

C'e' qualcosa di rituale in questi gesti ripetuti. E' il rituale della banalita'. O la banalita' dei soliti gesti prima di ogni viaggio. Sono punti di vista entrambi validi. 

Ma c'e' anche sempre qualcosa che si dimentica. Ce ne ricordiamo sempre troppo tardi.

E c'e' anche sempre qualcosa che si vuole dimenticare. Ci ritorna in mente quando ormai siamo gia' lontani. Penso alla mia mamma che non ho voluto salutare. Vorrei tornare indietro soltanto per questo. Penso al mio babbo: poche istruzioni, la promessa di trovare un lavoro, un bacino che saranno anni che volevo darglielo e l'ho fatto solo all'ultimo momento. Nient'altro. Chissa' se tornero', chissa' quando. 

Il cielo e' grigio, non fa freddo ma c'e' una atmosfera strana. E' tutto irreale. Tra pochi giorni, a Istanbul, forse comincero' a realizzare meglio il senso di questo viaggio. Per ora non provo niente.

 Ancona-Patrasso e poi ancora Patrasso-Atene, di corsa fino alla grigia e brutta Salonicco e sosta fino a lunedi dal mio amico Makis a Xanthi prima della prima vera tappa, Istanbul, welcome to Asia. Sara' il caso, forse il destino, ma anche lui si trova proprio li a Xanthi in questi giorni a trovare degli amici. E per caso o per destino mi ritrovo per la terza volta in due anni ad essere suo ospite. Forse e' solo la banalita' dei soliti gesti, la ritualita' che sta dietro ogni viaggio. O forse, semplicemente, il mondo sta cominciando a diventare sempre piu' piccolo. Questa volta gli ho portato un regalo, due dvd horror italiani, "Apocalypse domani" e "Suspiria".
Xanthi e' una piccola cittadina nel bel mezzo della Tracia, a meta' strada tra Salonicco e il confine turco. Mi piace la sua vivacita' fatta di vita notturna tra pub e discoteche, piccoli bar e taverne semplici coi tavoli e le sedie in legno bianchi e blu, dove tutto e' al contempo moderno e tradizionale, tra giovani universitari metallari e vecchi baffuti che giocano a backgammon e bevono ouzo. I suoi vicolini in salita, l'architettura ortodossa ottocentesca un po' povera e la moderna trasgressivita' delle piccole realta' periferiche. Siamo gia' con un piede in Asia, tra giovani in motorino senza casco e semafori bellamente ignorati, notti infinite tra un locale e un altro e semplici casette vecchie accanto a grigi palazzoni in cemento pieni di negozietti al pian terreno.
Tutto attorno monti silenziosi, alti e scuri carichi di solitudine e storia millenaria.


E gia' mi immagino Istanbul di sera, seduto sulla veranda della locanda con vista su Haga Sofia e la Moschea Blu, bicchiere di Efes e pensieri in solitaria, la piccola Bidiraya a vendere fiori al molo di Kadikoy, i suoi occhi. Tutto mi sembra gia' cosi' familiare. Forse lo e', basta soltanto allargare le vedute, gli spazi. E' come se andassi a trovare degli amici, bere una birra con loro e passare qualche giorno da solo a scrivere e farmi un po' di affari mia. Solo che gli amici non sono in centro ma sparsi tra Grecia, Turchia, Nepal, Cina e chissa' dove altro. La birra non e' da Ozne ma di fronte a Minar Mehmet Aga e Sultanhamet. Di solitudine e affari miei ne avro' a bizzeffe sulla lunga strada che dalla Turchia mi portera' in Iran e poi Pakistan e ancora Xinjiang, Cina, Tibet, Nepal, India, Indocina, forse Siberia, Mongolia. Non so neanche io precisamente dove. Ne' come. Ne' quando. Ora, adesso. E' appena cominciato e non ho voglia di farmi nessuna domanda. Penso a quella bella donna nepalese che, nuda, si lavava sotto la cascata al bordo della strada, i suoi capelli neri lunghissimi e il suo corpo sinuoso. Di qua monti assassini di cui non si vedeva la cima, di la l'abisso col fiume impetuoso. Nel mezzo il nostro piccolo autobus che arrancava verso Kathmandu. Vorrei rivederla lavarsi sotto la cascata. E questa volta fermarmi da lei

Filippo mi ha detto che ormai ho 37 anni - vabbe' significa che ce li ha anche lui - e dovrei pensare a trovare un lavoro, pensare a babbo e mamma, pensare al futuro. Ci sono tante cose a cui pensare. Ne ho tutto il tempo e tutte le intenzioni. L'ho promesso a babbo.

Ieri il Sanzio mi ha detto che il turista sa quando parte e quando torna, dove va e dove sta. Il viaggiatore sa quando parte ma non sa nient'altro. A febbraio dovrebbe essere in Thailandia. Forse ci vediamo.

Il Sanzio, Lorenzo, il Germano, Marco della Human Discount, Valeriano e il Baldadeath...ogni giorno saranno sempre piu' lontani. Vorrei che fossero tutti qui, adesso, a bere una birra tutti insieme sul ponte della Minoan Lines, in questa calda notte in mezzo al mare. Vorrei condividere sempre con loro il viaggio, le attese, le sorprese, le paure, le birre a Xanthi e sulla veranda di fronte alla Moschea Blu. L'amicizia e' tanto piu' dolorosa quanto piu' e' la distanza che ci separera', ma non posso fare a meno di viaggiare, questa e' la mia vita, ma vorrei tanto che fossero qui. Anche solo per un Negroni tutti insieme.

Tra 20 ore arrivero' a Patrasso, e in un altro giorno di viaggio via treno dopo soste ad Atene e Salonicco saro' a Xanthi dove rivedro' Makis. Poi sentiro' quel capitano turco a Kadikoy se ha un lavoro da offrirmi sulla sua nave. E poi ancora mi girero' e rigirero' nella cuccetta nelle calde notti sul treno indiano e poi mi fermero' a mangiare in quelle belle baracche sulla strada polverosa, assolata, tropicale di Bhairahawa nel Terai e poi ancora a cercare Goran a Bangbuathong e poi e poi e poi...e poi se un giorno imparassi a scrivere mi fermero' sulla spiaggia malese e raccontero' di posti, luoghi, amici e, chissa', forse  anche amori, immerso nel silenzio e nella pace del mio bel bungalow tra la spiaggia e la yungla.


Come sempre questo e' solo un inizio, un nuovo, ennesimo inizio - ancora una volta diretto verso le lande sconfinate dell'Asia. E' tanto grande e immensa, diversa, piena di genti, culture, lingue e religioni diverse. Il Kasimpasa e' secondo in classifica, Filippo e' ritornato a vivere dalle parti di Fuzhou  ed io non ho ancora nessun visto sul passaporto. Sto tornando in Asia.  

 

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Xanthi, Tracia greca quasi turca. Una oasi felice circondata da montagne brulle e campi riarsi dal sole che qui batte forte quasi tutto l'anno.  Il viaggio da Patrasso a qui non finisce mai, a bordo di trenini che vanno piano ed attraversano paesaggi a volte spettrali, a volte incredibili. Lungo la strada ferrata si incontrano carcasse di vecchi vagoni con la mezzaluna turca, i greci li guardano con orgoglio, simbolo di un odio che non si sopira' mai.
Dal porto di Patrasso si compra il biglietto dell'autobus alla piccolissima stazione della citta' - le stazioni greche sono tutte microscopiche, grandi quanto quelle di qualsiasi fermata locale tra Prato e Firenze: anche Atene non scherza! - e per qualche misterioso motivo si arriva dopo circa due ore di viaggio ad uno sperduto sovrappasso dalle parti di Kiros, dove in una lugubre stazione ci aspetta il treno per Atene. Non ho mai capito come mai non ci sia un collegamento diretto da Patrasso invece di sorbirsi tornanti, salite e discese sulla bellissima costa a bordo di un comodo autobus per raggiungere questo sputacchio di fermata del treno sperduta nel nulla.
Fatto sta che da Kiros ad Atene ci vuole circa un'altra ora e mezza ed attenzione a prendere il treno giusto: io mi son ritrovato alle undici la sera nella periferia piu periferia di Atene, dannandomi l'anima e andando a casaccio prima di trovare la stazione centrale della citta'. A farmi compagnia puttane, uomini maleducati che manco ti rispondono e giovanotti stile Gioventu' ribelle.
Per fortuna il treno per Salonicco parte a mezzanotte, quindi ho avuto tempo di farmi il solito kebab al delizioso Estiatorio Psistaria, di faccia alla stazione. Un bel giardinetto con tavolini illuminati, atmosfera rilassante e padrona albanese gentilissima fanno da contraltare a clienti e passanti tutt'altro che rassicuranti ma fino ad ora inoffensivi.
Come la prima volta anche la tratta fino a Salonicco me la son fatta sdraiato sul pavimento, posti a sedere sempre esauriti ed un caldo soffocante. E tante fiche come sempre, perche' le greche sono veramente dei gran bei pezzi di figliole. Detto da uno che c'ha solo la passera orientale in testa e' tutto un dire. Sono 6 ore che non passano mai e qui non e' come in Cina dove tutti ti guardano con curiosita' e vengono a chiacchierare o tempestarti di domande. I greci sono scontrosi, quasi ai limiti dell'ostilita', sicuramente indifferenti ma sempre con sguardi carichi di rancore. Chissa' perche': forse assomiglio ad un turco o ad un georgiano, gente poco amata da queste parti, come tutti gli altri vicini confinanti. 

PAGINE SPARSE. Parte 1 - Addio Turchia


18 Ottobre

 

Dopo sei settimane sto per dire addio alla Turchia. Non ci posso credere.

Un mese ad Istanbul e 2 settimane ad Ankara, ed adesso che ho il visto per l'Iran, quasi quasi mi dispiace partire. Cominciavo ad abituarmi, a stare bene, mi sentivo come a casa.

Anche Ankara - che tutti dicono essere una citta' anonima e noiosa - e' stata una bella esperienza e le persone sono mille volte meglio che a Istanbul. Perlomeno non ti trattano come l'ennesimo turista da spennare, anche perche' qui di turisti ne ho visti solo uno: quella ciociara conquantaseienne pazza che si e' girata 140 paesi e 24 territori speciali.

Okan, Tolga, Can, Oyul....tutti bravi ragazzi simpatici che lavorano al Zid Muzik Shop accanto allo Oyes Pizza, davanti alla Grande Moschea. Okan e' grosso e tondo, dalla faccia simpatica e dai modi gentilissimi, una pastina d'uomo. Tolga e' alto e grosso, dalla faccia scura un po' inquietante ma cortese e bonaccione come Okan, sempre ad offire te' e roba da mangiare, sempre un po' timido e premuroso. Mi ha promesso di aiutarmi con la ragazza dell Oyes Pizza, li accanto. Sia Okan che Tolga sono religiosissimi eppure la cosa ne' si nota ne' e' un problema per la comunicazione. Amo la tolleranza religiosa dell'islamismo in generale e dell'islamismo turco in particolare. Come in Malesia e in Indonesia l'islamismo ha una bella attitudine alla tolleranza e alla pacifica convivenza. Scordiamoci quelle minchiate che si leggono sui giornali sul carattere violento, guerrafondaio ed intollerante di questa religione: il cristianesimo lo e' molto di piu' e se in paesi come Iran, Siria, Sudan, Libia ci sono stati (e ci sono) casini e' perche' sono i loro leader che usano tutti i mezzi a loro disposizione per mantenere la popolazione in un regime di oppressione e paura. Ma i motivi sono quasi sempre di natura economica: Gheddafi era il padrone assoluto della Libia e delle sue risorse naturali; Mubarak era il padre-padrone di un Egitto che ha da decenni il pallino di diventare la nazione leader del mondo arabo e della lotta contro Israele se non fosse altro perche' ha il controllo dello streetto di Suez, uno dei punti chiave delle comunicazioni mondiali. E l'Iran del bizzarro presidente nonmiricordoilnome ha sempre avuto questo forte senso di frustrazione di sentirsi una nullita' in confronto alla Turchia e all'India. Loro che erano - che si cosideravano - la piu' evoluta e splendida civilta' del passato (i persiani con Ciro il Grande....ma poi quanto mai saranno durati?) adesso sono schiacciati dalla crescente importanza economica e politica di una Turchia qualsiasi e dall'India nuova nazione leader (?) dell'Asia. La colpa e' del veccghio regime dello Scia', debosciato e corrotto, fatto di donnine senza velo e maschi dediti all'arte e ai vizi dell'occidente. Allora via la liberta', su i veli, via alcool e vizi, qualche bella guerra per far vedere che la Rivoluzione del 1979 ha risvegliato il sopito orgoglio della popolazione (?) e tante nuove belle bombe atomiche per far vedere che il paese e' LA superpotenza del medioriente, alla faccia di Egitto e Turchia. La religione e' usata da quei 2 pazzi barbuti di Khamenei e nonmiricordoilnome per mantenere in schiavitu' una popolazione di cui penso non freghi niente ne' di bombe atomiche ne' di ruoli leader nello scacchiere mondiale.

Eppure non e' colpa della religione: in Cina il pensiero maoista e la tradizione confuciana opprimono ancora la societa' in senso dispotico e illiberale. In Mongolia la figura di quel pazzo psicopatico assassino di Gengis Khan e' venerata tutt'ora nelle scuole e professori, politici, filosofi e gente comune si augurano un suo ritorno per avere la rivincita su Russia e Cina; in America lo spauracchio del terrorismo islamico e' la nuova arma di controllo psicologico delle masse....in Grecia si sventola la bandiera della lotta all'immigrazione clandestina come soluzione per affrontare la crisi economica (il partito ultranazista della Golden Dawn ha raggiunto il 24% dei voti alle elezioni politiche nazionali: in nessun altro paese del mondo un partito di estrema destra, radicale e dichiaratamente nazista ha simili percentuali). Insomma...non esiste un paese dove per una scusa o per l'altra si usa l'economia, la lotta all'immigrazione, la religione, il retaggio storico e culturale per il verso giusto. Sono sempre tutti mezzi per far propaganda ed influenzare il pubblico, soprattutto le fasce piu' povere e represse della popolazione, quelle che non hanno molto cervello per pensare da sole.

Eppure mi manchera' la bella tolleranza religiosa che si respira in Turchia. Mi manchera' quell'islamismo semplice fatto di rispetto per le altre religioni e verso chi e' ateo. Se fossimo in Italia la gente si divertirebbe a bestemmiare e ridere sulla religione. Qui basta dire "mi dispiace non sono religioso" o "sono musulmano e non cattolico" e finisce li: senza bestemmie, senza odi, senza bisogno di psicanalizzare chi crede o non crede come schiavo o liberato dalle catene psicologiche di condizionamenti mentali imposti....se nn sei religioso non ha senso bestemmiare. Anche Oyul, l'altro ragazzo dalla faccia simpaticissima e un po' nerd del Zid Muzik e' ateo eppure considera Tolga e Okan, religiosissimi, come suoi fratelli.

"Io li rispetto e loro rispettano me, e la nostra fratellanza va al di la delle differenze religiose" e' la sua risposta. Bella e semplice, assolutamente perfetta nel liquidare tutte quelle stupide baggianate che sento  dire dai miei amici e conoscenti su facebook. La gente in Italia prende per il culo chi crede o offende qualcuno dandogli di Papaboy pensando che dare di credente al giorno d'oggi sia una offesa tra le piu' brutte....ecco, vorrei che questa gente venisse qui a vedere cosa e' il rispetto per la religione e la reciproca tolleranza tra credenti e non credenti. C'e' un modo di fare semplice ed onesto nelle persone, anche tra quelli con le facce piu' da criminali e meno raccomandabili che ha qualcosa di esemplare. Nessuno dice parolacce o volgarita', nessuno fa il ganzo scrivendo bestemmie o offese gratuite tanto per suscitare risate...c'e' una mentalita' molto educata, molto basata sul  rispetto, si.

Ed adesso che dopo 6 settimane lascio la Turchia, quasi quasi mi viene voglia di riperdere il visto per l'Iran un'altra volta, perche' sto veramente cominciando ad affezionarmi a questo posto.

Un caro saluto ai miei nuovi amici Okan, Tolga, Can e Oyul, al chitarrista dei Rektal Tuse/Cenotaph/Deimation, che era tranquillo e simpatico, con un bell'approccio underground  pur suonando nei gruppi piu famosi del paese (non per niente i Rektal use li ha fatti uscire Marco della Human Discount, per dire quanto onesto sia il suo approccio underground alla musica), al batterista dei Sakatat di cui non so il nome e al simpatico padrone della Oyes pizza e la sua carinissima figliola. Ma anche a tutti gli altri bravi ragazzi che ho conosciuto solo per un attimo o di sfuggita, ai due curdi della caverna del tesoro di Ali' Baba' al bazar di cose usate, ai poliziotti educati e acculturati che ti aiutano sempre, ai ragazzi dell'internet point che offrivano sempre cay e calorosi abbracci e a tutta la gente brava e buona che ho conosciuto ed apprezzato in Turchia, il paese piu' bello ed umano che abbia mai attraversato. Grazie a tutti. Un giorno forse ci rivedremo. Inshallah.

 

 

Notte tra il 18 e il 19 ottobre

Joao aveva ragione. La Turchia e' un immenso paese fatto di niente. Campagne brulle piene di grossi sassi bianchi, colline sabbiose e nient'altro. Non si vede un villaggio, non si vede una casa. Poi all'improvviso una citta' che compare e scompare subito dopo. E poi ancora decine e decine e decine di kilometri di niente ancora.

E' mattina, il sole sta spuntando. Mi trovo nel centro della Turchia. Riesco a dormire appoggiato allo zaino e penso di invecchiare. Di solito non mi riesce. O sono veramente stanco o sto cominciando a provare nessuna emozione nel viaggiare. Ricordo il primo viaggio in Cina dove per quasi due giorni non avevo chiuso occhio per la smania di vedere tutto quello che passava dal finestrino, anche di notte nel buio piu' profondo. Adesso dormo come tutti, dormo e lascio scorrere il paesaggio come se lo conoscessi a memoria, come se fossi soltanto uno dei tanti pendolari che ogni giorno si fanno questa strada. Sono tra Kaiseri e Sivas, viaggiamo con circa 2 ore di ritardo. Sembra normale. Il treno e' pulito, la gente e' silenziosa, nessuno fuma. Il sole e' spuntato e la nebbia si stende languida sui campi desolati.

 

19 Ottobre

Ecco Erzurum, cuore del Kurdistan. Ci siamo arrivati con sole tre ore e mezza di ritardo attraverso un paesaggio brullo e spettrale, fatto di polvere, sassi, canyon e fiumi che si diramano in mille diversi canali. Sembra di essere nel Tibet: il solito maestoso silenzio, vento, monti che sembrano vicinissimi, a volte viene voglia di scendere dal treno e incamminarsi verso qualche cima. Non un albero, non una pianta, solo bassa erba giallognola e malaticcia dove pascolano capre e cavalli liberi. Non una casa o una capanna per miglia e miglia ovunque si posi lo sguardo. Solo il silenzio. Poi, improvvisamente miserabili capanne di fango e mattoni in strade sterrate, bambini sporchi che giocano tra cumuli di spazzatura e poi di nuovo il niente fatto di niente. Si, sembra il Tibet, anche dal punto di vista umano. Solo i paesi piu' grossi, Sivas, Divrigi, Erzincan stonano con questo ambiente: paesi moderni, pulitissimi, sembrano tutti fatti col lego, con casine colorate e palazzoni made in China. Moderni, pulitissimi ma made in China come tutti gli edifici costruiti negli ultimi 20 anni in Turchia. Le stazioni sono piccoline ma carine, ordinate, pulite. I giardini curati e senza cartacce. La Turchia dopo Ankara ha questa doppia faccia: pulitissima nelle citta', arretrata e asiatica nei villaggi. Nel Kurdistan sono ricchi a causa dei traffici della droga proveniente dall'Afghanistan: ci sta che le citta' moderne siano costruite coi soldi dei trafficanti. Ma fuori da esse l'Asia comincia ad affacciarsi in tutta la sua miseria e i suoi drammi.

Montagne arrotondate, lisce e durissime si alternano a cumuli di sassi e sabbia che sembrano ammassati dalla mano di qualche gigante...e poi canyon e valli profonde e poi di nuovo ancora spianate desertiche desolate. Ci si sente piccoli piccoli e il mondo sembra sempre piu' lontano.
Erzurum compare all'improvviso dietro dei monti: siamo quasi ai confini della Turchia.

Ci arrivo che ormai e' sera, fa freddo, molto freddo, siamo a oltre 2000 metri d'altezza e ho solo 5 magliette una sopra l'altra. Cammino, seguo la strada principale, bella, moderna, quasi inquietante in questo remoto angolo di mondo. Niente, nessun albergo. Cerco quelli che avevo segnato: ne trovo uno ma e' caro. Ne trovo un'altro dietro la piazza principale, affiancata da una grossa parete di roccia sopra la quale ci sono molti locali all'aperto carinissimi. C'e' Ogul, studente simpatico che abita li. Cominciamo a chiacchierare e poi andiamo a mangiare una zuppa di riso e salsa piccante. E' un bravo ragazzo, bonaccione e in gamba, studia ingegneria dell'ambiente e parla un buon inglese. Purtroppo nel suo albergo non posso neanche dormire sul divano: da queste parti i proprietari sono tutti teste di cazzo.

Verso le una di notte torno al primo albergo che ho visto: o li o morire di freddo per strada. Alla fine non e' poi cosi' male. Domattina si parte per la frontiera con l'Iran

 

20 Ottobre

 

Erzurum non e' brutta ma la stazione degli autobus e' squallida e popolata da gente ignorante e spietata. I gestori delle piccole compagnie di autotrasporti sono tutti mezzi mafiosi, dalle facce cattive e dai metodi antipatici. Rispondono male soprattutto alle donne, fanno orecchie da mercanti quando c'e' da restituire i soldi - che non restituiscono mai - e sembrano sempre dei traffichini di loschi affari. Il peggiore di loro si chiama Kara (Nero) ed e' un ragazzo bello tutto vestito di nero dal volto e dai modi cattivi.
L'autobus e' microscopico e dopo circa 200 km, giunti ad Agri ci scarichera' sulla strada chiedendo all'autista di un altro autobus piu' grosso di caricarci e proseguire il viaggio fino a Dogubayazit.

Il paesaggio diventa ancor piu' brullo e vuoto, le poche case che si trovano lungo strada ancor piu' miserabili e fangose. Bambini a dorso di cavalli e vecchi fermi lungo i campi a guardar passare le macchine. Ma anche rari prati verdi dove ragazzini corrono liberi assieme ai cavalli e alle pecore, famigliole riunite a far colazione e piccole corti dai muri di fango che racchiudono povere, semplicissime fattorie. Alla fine penso che non sia male questa vita. C'e' l'aria serena, spazi aperti immensi, rarissimi alberi racchiusi in piccole oasi dove giocare e appendere i panni. Si, sembra sempre piu' essere in Tibet.

Purtroppo questa parte della Turchia e' anche tempestata di postazioni militari. Ce ne sono tantissime e sono tutte brutte e piene di trincee. Carri armati, bunker, militari in assetto da guerra che maneggiano mitra e tengono il mirino puntato sulle macchine di passaggio. Ne guardo qualcuno: mi sembrano tutti stupidi burattini pronti a far fuoco al minimo ordine. Agiscono tutti meccanicamente, hanno delle facce da far paura. C'e' il PKK da queste parti, il partito separatista curdo che e' accusato di terrorismo e stragi. Non lo so ma la tensione e' evidentissima.

Dogubayazit sembra Erenhot al confine tra Cina e Mongolia: un paese miserabile pieno di polvere e vento. Bambini miserabili pieni di moccolo che cola dal naso e facce abbrutite da pellagra o scabbia che chiedono la carita'. Case da te con tavolini fuori e brutti edifici in cemento senza intonaco che sembrano tristi copie di miserabili villaggi cinesi. C'e' anche una piccola strada commerciale piena di negozi e roba quasi di lusso che stona con tutto il resto del paese. Ho visto anche due turisti tedeschi o americani ma come sempre si sono fatti gli affari loro. Io ho camminato e mi son perduto tra il dedalo di vicoli e corti ai lati di questa sedicente via commerciale, tra sguardi furtivi di ragazze col velo e sorrisi di venditori di kebab. Mi son divertito, ho mangiato un tavuk doner immenso e all'internet point qualcuno parlava anche un goccio d'inglese. C'e' anche qualche microscopico spaccio che vende la birra: l'ultima che trovero' prima di arrivare in India o in Cina.
Dogubayazit e' simpatica nella sua miseria, piena di una umanita' perennemente indaffarata su carri, motocarri, motorini, piena di sfaccendati e bambini mendicanti.
Un piccolo autobus ci portera' fino al confine, a Bazargan. C'e' anche un simpatico ragazzo iraniano dalla faccia per bene: dice che mi aveva visto all'ambasciata il giorno che mi avevano dato il visto, mentre ballavo dalla felicita'. E' un ingegnere fotovoltaico. Con lui abbiamo fatto i circa 50 km fino al confine, fermandoci varie volte lungo strada a caricare misteriosi scatoloni nascosti dietro rovine di palazzi o dietro massi tutti uguali, scaricando vecchini nel bel mezzo del niente della steppa turca e facendo salire misteriose figure provenienti da chissa' dove.
Poi, a tardo pomeriggio, ecco li il confine, tra montagne maligne e minacciose, fredde e ostili. Sulla destra la cima sempre innevata, sempre nebbiosa del Monte Ararat. Come l'altra volta.

E come l'altra volta, sorpassata la sbarra tra i due paesi, due gigantografie di Komehini e Khamenei eccole li che ci guardano coi loro sguardi severi ma benigni e le lunghe barbe di chi e' legge, religione e capo assoluto di questi poveracci di iraniani.