domenica 9 settembre 2012

Il lungo cammino ovvero come il nostro eroe si ritrova dalla mattina alla sera da una confortevole camera di una bella cittadina greca a vagare sperduto tra i campi di grano tra Grecia, Turchia e Bulgaria nel pomeriggio ed infine meditare propositi di sterminio globale nelle notti trasgressive di Istanbul dopo aver camminato per miglia e miglia e fatto incontri curiosi ed avvincenti

Sono talmente stanco che probabilmente non riusciro' neanche a dormire, oltretutto i soliti idioti turisti (non dico viaggiatori perche' sarebbe uno spregio a questa nobile categoria di esseri umani) ubriachi e fattoni mi stanno facendo veramente girare le palle. Domani mi trasferisco nella guesthouse accanto alla Mavi, e' piu' carina e meno infestata da deficenti che prenderei volentieri a calci in faccia e nello stomaco se non fossi talmente spompato e fatto dopo una giornata impegnativa.

Stamattina mi son svegliato a Xanthi, Grecia coi postumi di una brutta indigestione avuta durante (cioe' dopo) la festa del paese la sera prima. Piu' che indigestione e' una strozzatura del diaframma che mi impedisce di mangiare piu' di un certo tot pena dolori jnfernali allo stomaco e ai polmoni per ore e ore e ore. Ci fosse stato l'amaro digestivo Giuliani forse mi avrebbe risollevato. In sua mancanza ieri sera ho preso commiato da Makis e mi son buttato a dormire il sonno non dei giusti ma piuttosto quello dei disgraziati con problemi allo stomaco.

Alla taverna di Angelos
Makis, Angelos e Ilias

Comunque, ancora una volta ho lasciato Xanthi (la terza volta in 2 anni) col solito senso di rammarico e nostalgia. Mi sto innamorando sempre di piu' di questa piccola cittadina tradizionale, incantevole, tipica da cartolina greca e allo stesso tempo moderna, vivace, con una vita notturna che non finisce mai e prosegue ininterrotta da un pub a un piano bar, da una taverna a un ristorantino sulla strada, tra musica, gruppi che suonano dal vivo, motorini che scorazzano dappertutto e tante, tantissime fiche. Mi piacerebbe scrivere una guida turistica su Xanthi. Ci sono le fiche piu belle del mondo, vicoli del centro tortuosi e affascinanti, casettine tradizionali seminascoste da alberi da frutto e olivi, storia che testimonia il dominio ottomano, la classicita' greca e la religione ortodossa. Ma di questo parlero' in un topic apposito, dedicato a Xanthi e a tutte le sue bellezze: artistiche, culturali, paesaggistiche e faunistiche.

Nelle stradine di Xanthi

Xanthi si prepara alla festa di paese

Le belle case del centro di Xanthi
Fatto sta che per cause di forza maggiore ho dovuto lasciare la citta' (Makis sarebbe dovuto tornare a Salonicco oggi e quindi non avevo un altro posto dove dormire) e ho preso il treno a mezzogiorno in direzione Alessandropoli, vicino al confine con la Turchia. Ci sono arrivato dopo circa un'ora e mezza.
Come mi aveva gia' detto il Sanzio (vera enciclopedia vivente del turismo internazionale, altro che la Lonely Planet) non esistono piu' collegamenti diretti tra Grecia e Turchia da un anno a questa parte (l'anno scorso, la seconda volta venni da queste parti in motorino quindi non so se gia' allora la situazione era quella attuale) ma di fatto tutti i treni e gli autobus dalla Grecia non fanno piu servizio per la Turchia e anche le compagnie turche non entrano piu' in Grecia.
Questo mi fa pensare che i rapporti tra i due paesi peggiorino ogni giorno che passa - come se ce ne fosse bisogno o conferma - e son convinto che la Grecia abbia voluto abolire tutti i collegamenti via terra giusto perche', facendo parte della Comunita' Europea, non puo' permettersi di chiudere, sigillare, le frontiere. Anche se son convinto che non gli parrebbe il vero e lo fara' sicuramente se sara' costretta a dichiarare bancarotta ed uscire dalla Comunita'.
Nell'impossibilita' di sigillare le frontiere con la Turchia (ma anche con la Bulgaria, la Macedonia e l'Albania) la Grecia ha pensato ad una soluzione semplicissima: non effettuare piu' collegamenti e trasporti tra se' e i paesi confinanti, ovvero i paesi nemici, odiati e disprezzati. Basta sopprimere tutti i treni, tutti gli autobus ed il gioco e' fatto.
Se uno vuole entrare nei paesi confinanti (ed un greco si chiede perche' uno dovrebbe farlo visto che in teoria son tutti posti di merda, son tutti abitati da gente del cazzo, sono covi di criminali, clandestini, feccia e progenie degli abominii umani: inutile sottolineare che la Grecia e' uno dei paesi piu' razzisti e intolleranti che abbia mai visitato....ma anche di questo raccontero' in un altro topic) allora ha solo una scelta: arrivare fino al confine e poi da li arrangiarmi in qualche modo.
Cosa che e' appunto successa oggi. Ed ho capito quanto l'odio e l'intolleranza sicuramente procurano solo noie e contrattempi alla povera gente che niente ha a che fare con queste stupide faide nazionalistico-razziste delle quali a noi viandanti non ce ne potrebbe fregare di meno.
Verso le 1.30 del pomeriggio arrivo a Alessandropoli....bella cittadina sul mare, di cui ho visto poco ma mi ha dato una bella impressione. Siamo gia' con un piede in Turchia: la gente ha i lineamenti diversi dai greci-greci, soprattutto le donne che sono decisamente piu' brutte delle greche - quelle non le batte nesuno in fatto di bellezza - seppure sembre belle tettone come da poche altre parti in Europa. Si cominciano a vedere timide scritte "Kebab" qua e la, cosa assolutamente proibita in Grecia perche' devi dire "Giros" senno' ti scannano vivo ("Kebab e' una parola turca, kebab e' merda turca, se vuoi kebab allora vai in Turchia, qui si mangia solo Giros...fuck you") e finalmente gli uomini smettono le onnipresenti barbe greche e indossano bei baffoni ottomani che sono anche piu' simpatici da vedere. Perche' sinceramente non ne potevo piu' di tutti 'sti greci barbuti, soprattutto i giovani. Va di moda la barba in Grecia, con buona pace di Mr. Gillette che non vendera' manco una lametta.
Comunque siamo ancora in Grecia sotto altri punti di vista. La citta' e' assolutamente greca nella architettura e nella pulizia. Grecia ma abitata da turchi, bulgari, zingari: Alessandropoli e' un crogiolo di razze diverse, non e' quindi sorprendente venire a sapere che ci sono moltissime associazioni neonaziste da queste parti. Ma rimane il fatto che e' una citta' molto bella, molto piu di Salonicco, per dirne una.
Da Alessandropoli c'era la vecchia autostrada che corre a diritto nella Turchia europea passando da Tekirdag e finendo a Istambul: 250 km tutti a diritto, ma adesso gli autobus, come detto, non ci passano piu'.
C'e' la linea ferroviaria che svolta improvvisamente a nord e passa da Feres, da Kastanies, sfiora la Bulgaria ed entra ad Edirne, la vecchia capitale dell'impero ottomano prima di Costantinopoli. Ma anche questa e' stata chiusa. E comunque per i greci questo punto di confine e' pericoloso, ci sono abominevoli traffici di clandestini e droga, uno straniero rischia la pelle perche' ci sono tanti albanesi e bulgari cattivi assetati di sangue e carne umana. Tutte stronzate, ma i greci lo pensano veramente.

Sono quindi arrivato a Kastanies, ultimo paesino greco a ridosso del confine, con un trenino locale e da li avrei dovuto attraversare il confine turco e prendere un bus per Edirne e da li proseguire ulteriormente per Istambul. Tutto alla buona, senza grosse indicazioni - anzi nessuna - da parte del ministero dei trasporti greci su quello che mi sarebbe aspettato dopo il confine.

Fatto sta che verso le 5 del pomeriggio arrivo in questa famigerata Kastanies: un cubicolo di cemento di 3 metri quadrati, circondato solo da campi coltivati ed abbandonato, pieno di sudicio, era la stazione. Sembrava quei depositi di materiale dell'ANAS che si trovano su al Passo della Futa. Tutto qui. Attorno solo campi verdi, coltivazioni di grano, alberi da frutto e strade sterrate a perdita d'occhio. Il paesaggio e' decisamente agreste, bello ma alla lunga un po' monotono e le casupole che si trovano qua e la testimoniano di una zona decisamente povera ed arretrata, ricca di agricolutura ma estremamente depressa come livello di vita. Siamo a 3 km dal confine turco e ad un tiro di sputo dalla Bulgaria.
Scendo, vedo solo campi e campi ed ancora campi a perdita d'occhio. Sulla destra in lontananza (moooolto in lontananza) si vede Edirne. Il confine non dovrebbe essere lontano. Ero l'unico a scendere. Anzi ero l'unico passeggero da qualche fermata a questa parte.
L'unica strada sterrata dietro il cubicolo-stazione mi fa pensare di non avere altre alternative e quindi mi incammino sperando di trovare una informazione.
Cammina, cammina, cammina mi ritrovo ad attraversare infiniti campi di grano e coltivazioni, poveri trattori ed aratri, melanzane, melograni, pesche, albicocche qualcuna ancora sugli alberi qualcun'altra gia' spiaccicata per terra. Entro in Kastanies, paesino che potrebbe sembrare un qualsiasi borghetto di case della campagna tra Montecatini e Fucecchio.....tranquillo, bucolico, silenzioso. La gente guarda con sospetto: turco o altra nazionalita' che fossi, in Grecia gli stranieri son sempre visti con quel solito carico di rancore e ostilita' che non ha pari in altre latitudini d'Europa.
Finalmente entro sulla provinciale, dove c'e' qualche negozietto e svolto verso destra visto che almeno il senso dell'orientamento non mi difetta. Kastanies non e' male, e' carina proprio per la sua bucolicita' totale ma non c'e' assolutamente niente da vedere a parte un piccolo tabernacolo ortodosso tra una pizzeria (chiusa) e una farmacia (anch'essa chiusa).
Finalmente vedo il confine: un arco in ferro arrugginito e una scritta "welcome to Greece" priva di tutte le lampadine che in  teoria dovrebbero illuminarla (d'altra parte cosa glie ne frega ai greci di augurare un buon "welcome" ai turchi in entrata: calci in culo e via...), un posto di polizia in uno spiazzo molto carino e un benzinaio-rapinatore autorizzato dallo stato. La benzina in Grecia, cosi' come in Turchia e' carissima, molto piu' che in Italia...ed i pozzi di petrolio che riforniscono tutta l'Europa sono a poche centinaia di kilomentri, nel Mar Nero e nel Mar Caspio. In Scandinavia la benzina - che viene importata dal gasdotto che attraversa il Bosforo, costa circa 1.50 euro e qui, cioe' praticamente all'origine dell'oro nero, i prezzi sono allucinanti. Ingiustizie dell'economia globale e delle multinazionali. In Grecia e Turchia gli stipendi sono di circa 400 euro al mese (tendenti al ribasso), nell'Europa del nord dai 2000 euro in su, eppure la benzina che viene prodotta qui vicino costa il 30%  in piu': Turchia, Grecia ed Italia sono i punti di arrivo del gasdotto ucraino, ci sono i porti dove viene caricata e spedita a tutti i benzinai d'Europa e trasportare una autobotte di benzina da Pisa alla Finlandia sicuramente costa l'ira di Dio. Ma in Finlandia, Danimarca, Norvegia la benzina costa il 30% meno che nei paesi che si incaricano di diffonderla in tutta Europa. A morte il Nord Europa, a morte lo spread e a morte quella troia della Merkel che gongla nel vedere l'Europa del Sud, la terronia, morire di fame e strisciare ai piedi delle grandi nazioni nordiche.

Controlli doganali  velocissimi e una informazione da parte di un ufficiale greco simpatico e sorridente: "ci sono 6 km da qui ad Edirne ma sul confine turco forse trovi un autobus"...mah...non suonava molto rassicurante.

I punti tra confine e confine sono chiamati "terre di nessuno" e sono strisce di campi abbandonati circondati da reticolati, fili spinati, avvisi di divieto di fotografare e probabilmente anche mine seppellite qua e la. La terra di nessuno tra Grecia e Turchia e' una lunga strada dritta di circa 1 km, brutta e squallida come tutte le altre terre di nessuno. Ma oltre l'arco dell'entrata in Turchia le cose cambiano decisamente: un bel viale alberato che sembra un parco comunale con alberi verdi e ombrosi, giardinetti curati, statue di Ataturk dappertutto, pavoni, tigri (?) e perfino la casetta dei 7 nani (???) che sembravano piu Disneyland che l'estremo avamposto militare ottomano. Boh. Meglio cosi'. Lungo strada incontro 3 vipere spiaccicate, due giovanotti ubriachi e una famigliola di chiare origini turche che stava ritornando al paesello. Li passo senza salutarli e vo a diritto fino al check point.
"Ci sono 8 km da qui ad Edirne (in Grecia mi avevano detto 6....) e non ci sono autobus. Ma puoi prendere il taxi"

Cazzo...avevo solo 10 centesimi in tasca convinto di trovare un bancomat al confine turco (dove avrei prelevato direttamente Lire turche invece di stare a scambiare gli euro a tassi di cambio criminali).
"Il Bancomat ci sara' quando viene la luna piena" mi dice l'ufficiale turco. Non capisco cosa vuol dire e tra me e me comincio a bestemmiare capendo che avrei dovuto farmi quegli 8 km a piedi. Non c'era altra soluzione.

La strada per Edirne e' una lunghissima striscia di asfalto identica a quanto visto nell'ultimo avamposto greco: campi, campi, campi ed ancora campi. Ogni tanto un fruttivendolo lungo strada: un tavolaccio di legno, una cassetta di verdure (contenuto: 1 melanzana, 2 o 3 pomodori, 1 melograno) ed una tanica di benzina come sedia. Ogni tanto mi fermavo su un divano (?) al bordo della strada a fumarmi una sigaretta ma si stava veramente bene, con un bel sole e una leggera brezza rinfrancante. In lontananza vedo la famigliola turca che nel frattempo, zitta zitta, mi era ripassata avanti visto che io mi fermavo a cazzeggiare ogni cento metri.
Cento mentri....pensavo a come farmi passare quegli 8 km e mi era venuto in mente una cosa stupida.
Se alle Olimpiadi fanno i 100 metri in 9 secondi, a me sarebbe bastato fare 80 volte i cento metri e sarei arrivato ad Edirne. 9 secondi per 80 volte fa circa 13 minuti, pensavo. 8 km in 13 minuti sarebbe stato ottimo. Peccato che poi la realta' sia sempre leggermente diversa e quasi sempre a sfavore. Gia' 100 metri solo APPARENTEMENTE sembrano brevi (cazzo, uno li fa in 9 secondi, penso...) ma in realta' sono lunghetti: e qui capisci veramente quanto va veloce Husain Bolt perche' a me ci vogliono circa 40-50 secondi per farli.
Poi moltiplicarli per 80, per raggiungere i famosi 8 km, non passa mai. Ad un cetro punto mi chiedevo questa moltiplicazione a quanto era arrivata: a 20? 30? Sarebbero mancati comunque altre 50  o 60 volte cento metri. Una tortura psicofisica con 15 kg di roba sulle spalle.
Per raggiungere e sorpassare la famigliola turca che era nella mia stessa situazione (ovvero zero soldi per permettersi un taxi) ci ho impiegato circa 3 kilometri. Andavano giusto a 5 passi all'ora piu lenti di me.

Trovo una bandierina turca in terra, la prendo ed improvvisamente capisco le parole dell'ufficiale alla frontiera.
La bandiera turca, da secoli, ha come simbolo la mezzaluna (anzi il quarto  di luna crescente). "Il bancomat arrivera' quando ci sara' la luna piena"....
Forse e' una battuta che in Turchia fa ridere, forse era una osservazione simpaticamente polemica (ed in effetti mi ha fatto ridere per un nanosecondo) ma tutto cio' mi ha fatto ulteriormente preoccupare: e se ad Edirne non ci sono bancomat? Chi lo sa? Come avrei fatto? Con 10 centesimi - vabbe' che la Turchia non e' cara - non e' che si vada da molte parti.

Arrivo finalmente ad Edirne dopo aver ammirato da lontano (da mooooolto lontano) le quattro guglie della sua bella moschea, famosa ed antica.
Edirne non ha mezze misure: la citta' comincia subito senza tanti preamboli, senza una periferia o qualche strisciatina di casette prima di entrare nell'abitato vero e proprio. Comincia tutta all'improvviso.
Un trattore trainato da cavallo (non a vapore) con una bellissima ragazzina zingara, suo fratellino piccolo e il padre intento a dar di forcone. Lei mi guarda, era tutta sudata, con la pelle scura scura e i capelli corvini mossi da una leggera brezza. Quando le zingare son belle, son veramente belle, Perlomeno fino ai 20 anni, poi dopo e' un disastro. Ma lei era bellissima ed assomigliava tantissimo a Bidiraya, la venditrice di fiori al molo di Kadikoy. Mi fermo piu avanti a sedere per una sigaretta. Me l'ero meritata dopo tutta 'sta sgropponata. Il carretto passa, lei sopra continua a guardarmi, io continuo a guardarla. Mi sorride, sorride a suo padre tutta soddisfatta ed in cambio si prende una manata in testa.
Poco dopo ecco che una macchina si ferma. Era la famigliola turca appiedata che aveva finalmente trovato il mezzo: evidentemente abitavano li. Mi dicono: "sali, ti portiamo noi".
Parlavano inglese ed erano molto simpatici. Se fossi stato in Grecia col cazzo che si sarebbero fermati ad aiutare uno straniero. Turchi brava gente.
Mi portano alla stazione, io offro loro un pacchetto di biscotti ma gentilmente rifiutano. Erano entrambi insegnanti di non so cosa all'universita'.
Edirne e' formata da due parti: la parte vecchia viene prima ed e' bellissima, piena di bancarelle e locanducce come in India, con tavoli all'aperto lungo tutta la strada, tutto molto pittoresco anche se povero e polveroso. Ma a me queste cose garbano da morire.
Giardini verdissimi e immacolati con parchi e laghi, tanta gente, aria di ottomanita' dappertutto. Un ripidissimo ponte scende a picco sul fiume, un bel fiume grande e pulito che non so come si chiami per poi risalire altrettanto ripidamente verso la moschea, dietro la quale comincia la citta' nuova dopo un tratto di strada assolutamente spoglio e degradato, pieno solo di campi incolti e scheletri di palazzi mai terminati di costruire.
Poi comincia la citta' nuova che assomiglia tanto alla parte asiatica di Istanbul, Kadikoy e Besiktas, moderna, ariosa, pulita e confortevole.
Alla stazione la ferale notizia: oggi e domani niente treni, oggi neanche nessuno a lavorare. Cazzo, devo prendere il bus.
Quando ci sono i giorni che le cose prendono una certa piega, e' difficile che la situazione si raddirzzi all'improvviso. E visto che oggi era, mio malgrado, il walking day, cioe' la giornata dedicata alle lunghe camminate, ho dovuto sorbirmelo fino in fondo. La stazione degli autobus era esattamente dall'altra parte della citta', il che voleva dire altri 6 km alla fin dei conti, da aggiungere agli altri 3 (dal cubicolo-stazione di Kastanes al confine) + 8 dal confine ad Edirne centro. E vai, 17 km senza contare i 2 km da dove dormivo a Xanthi fino alla stazione. In compenso ho visto un bel matrimonio con tanto di orchestrina tradizionale che suonava le belle nenie turche. Auguri agli sposi, lei era anche abbastanza gnocca.

Trovo il bancomat, trovo la stazione dei bus, un po' oscura ma gigantesca e mangio un sandwich ("Sandviç") e un toast ("Tost") conditi dalla meravigliosa e sempre piu' introvabile Cola Turka, sponsor di importantissime squadre di calcio e basket di Istanbul ma impossibile ormai da trovare nei negozi. Cose turche.

L'autobus da Edirne partiva alle 20.30 e sarebbe arrivato da qualche parte sconosciuta al terminale di Istanbul alle 23.00, orario accettabile per trovare un posto dove dormire. Sapevo dove sarei andato a cercare: o alla Mavi Guesthouse o all'Island, due guesthouse proprio dietro Haga Sofia e la Moschea Blu. Dalla terrazza dell'Island si gode un panorama meraviglioso nonostante stiano frapponendo una inquietante struttura di acciaio che dovrebbe essere lo scheletro di un palazzone megamoderno che deturpa la vista, inibisce la visione delle due belle moschee e c'entra come il cavolo a merenda tra tutte queste mura romane, museo del Topkapi, casette tradizionali e vecchiume vario.

Sul bus (che si dice "Bus" in turco, mentre treno si dice "Tren") avevo il posto proprio accanto ad una bella vaccona turca....all'inizio decisamente nervosa e seccata di avere un maschio straniero accanto e alla fine tutta eccitata di starmi appiccicata pelle contro  pelle per tutto il viaggio. Morbidosa e sudaticcia, ogni volta che mi muovevo o cambiavo posizione finivo per trovarmela sempre appiccicata - nel vero senso della parola - sul mio braccio. Ovviamente appena arrivati alla fermata di Istanbul e' scomparsa in un attimo.

Fortuna che - visto che il turista zaino in spalla fa sempre un certo effetto - ho conosciuto un'altra bella vaccona turca al terminale di Istambul, circa 10 km dal centro. O meglio, e' stata lei ad attaccare bottone, la bella e tanta Demir, corvina, occhi grandi e neri, belle bocce grandi e fisico bello in carne come garba a me. Veramente, veramente bella e tanta.
Generalmente le turche son bruttine, viaggiano tra l'insipido e il decisamente brutto a dir la verita' e non c'e' neanche paragone con le greche. Queste ultime belle in carne, pelle liscissima come seta e porcellana, cosce e culi esageratamente belli, grandi, morbidi e sensuali, facce bellissime, occhi bellissimi, erotismo semplicemente perfetto, carnagione vagamente abbronzata. Le turche son generalmente tutte secche, piatte, rifinite, nasoni all'ebrea grandi e brutti, occhiaie, occhi bovini, pelle rinsecchita di un colore cadaverico, capelli crespi e opachi...insomma dei veri cessi e quando si truccano per semprare piu carine diventano pacchiane, pesanti e volgari come le vecchie puttane cinquantenni ormai senza clienti. C'e' a chi garbano - in Europa il genere "ragazza secca, piatta, longilinea" sembra andare molto nei paesi cosiddetti sviluppati, simbolo di perfezione e armonia corporea, salute e snellezza. Vitasnella, acqua Rocchetta e insipidi integratori vitaminici rendono possibile la perdita di peso per la felicita' di tante ragazze rachitiche e isteriche dell'Europa moderna e civile. Per me sono la negazione totale della sensualita' e dell'erotismo. Le greche sono belle piene, cosce grandi e morbide, polpose e lucide come mortadelle, puppe gigantesche e un generale senso di florida salute fatta di mangiate abbondanti di carne e salumi vari. Lascio tutte le secchine vegetariane e salutiste all'Europa sviluppata. Io preferisco essere sottosviluppato ed amare ancora le forme generose ed idolatrare le sane mangiate di carne che permettono siffatti capolavori della natura. Anche in Mongolia si mangia carne - solo carne e spaghetti - per 9 mesi l'anno ed infatti anche li le donne sono le asiatiche piu belle di tutte: alte, sviluppate, tettone, pelle bellissima. Non come quelle mezzeseghe cinesi secchine, rifinite, rachitiche, con la pelle avvizzita e brutta: continuate a mangiare brodaglie, verdurine e zuppe: sarete finalmente secche come le modelle ma a me chi mangia solo verdura per mantenersi in salute o non mangia proprio per rimanere bella magra e snella....beh....mi fanno solo pena, nonche' schifo.

Tornando a noi.....la bella Demir, florido fiore ottomano, comincia a parlarmi e continuiamo a chiacchierare per tutto il viaggio tanto che all'inizio dovevo scendere a Sultanhamet, poi avevo rimandato fino a Galata, poi ancora potevo scendere a Taksim e alla fine sono sceso a Kasim Pasa senno' l'autista si incazzava ogni volta che gli dicevo "scendo alla prossima, vai, almeno finisco di parlare con Demir"...il risultato e' che sono sceso nel quartiere piu' povero, pericoloso ed inquietante di tutta Istanbul, dove nessuno osa entrarci dopo una certa ora la sera. Gia' di pomeriggio, quando ci ero venuto col mio amico Filippo Zambon avevamo incontrato una fauna umana fatta di pigri nullafacenti seduti alla finestra con la pistola in mano (c'e' una bella foto fatta da Filippo che testimonia che non dico cazzate...), prostitute, bambini cenciosi, facce patibolari (papponi, mariuoli, spacciatori, fancazzisti ), vecchine intabarrate nei veli che guardano sfuggenti e con sospetto, miseria e depressione ovunque lo sguardo si posasse. Tanto che appena ho detto "Scendo qua" si e' levato un "ooooh" generale di sincera commozione, ero un bravo ragazzo e non meritavo una fine del genere. Demir mi ha detto di stare attento, io le ho detto che non ho paura e lei, carinissima, mi ha strinto la mano e detto "tu sei un vero uomo, ci rivediamo presto"...eh si, spero proprio di si perche' non smetto di pensare a lei per un solo momento....florido fiore ottomano.

Fatto sta che Istanbul e' ancora piu moderna, trasgressiva, iperaffollata di turisti e gente da tutto il mondo di quanto gia' lo era l'anno scorso......camminare dalle parti di Taksim e' impossibile: ci saranno state decine di migliaia di persone, negozi sempre aperti e sempre piu lussuosi, tutti vestiti  come i supermodelli, donnine turche ubriache e seminude in compagnia del nuovo ganzo straniero o di qualche bel manzo turco (l'Islam ha decisamente fatto il suo tempo....)  e tanto, tanto sapore di trasgressione totale. Cosa che francamente odio....la mia Istanbul non e' qui e domani vado a Kadikoy dove c'e' pace, tranquillita' e un po' meno turismo e disinibizione. Cento volte meglio una bella Demir - a proposito anche lei insegnate, e con questo siamo gia' a tre incontrati oggi - o una bella Bidiraya che vende fiori al porto di Kadikoy che mille di queste vacche turche figlie della trasgressione, dell'alcol e del divertimento, nonche' amanti della scopata libera col primo manzo attraente che trovano...ho visto delle scene allucinanti....e soltanto una scarpa di queste troie costa piu' di tutti i vestiti che mi porto addosso e nello zaino. Odio il turismo, il benessere e la degenerazione estetico-ludica del benessere....il mondo sta diventando un bordello a cielo aperto finche' un giorno arrivera' il momento di dichiarare bancarotta e chiudere tutto e la pacchia finisce....se questa gente sta tutto il giorno a gozzovigliare, divertirsi, bere, ballare, scopare, spendere e strusciarsi l'un l'altro, dove cazzo li trovano i soldi per fare tutto cio'? Anche a Xanthi, citta' universitaria, la vita e' cosi' 24 ore su 24. La Grecia sta andando in bancarotta ma alle giovani generazioni poco importa: finche' hanno i soldi per stare tutta la notte a mangiare, bere e fumare (nel vero senso della parola perche' fino alle 5/6 la mattina tutto il paese si riversa per le strade in una orgia continua di canti, balli, risate, mangiate, fumate e scopate, letteralmente) e finche' ci sono i genitori che danno loro i soldi per vivere tutto il giorno nel paese dei balocchi allora divertiamoci al massimo. Al conto da pagare non ci pensa nessuno, finche' ci sono i soldi divertiamoci.

Comunque adesso sono finalmente arrivato alla odiosissima Mavi Guesthouse di Ali' (nome originalissimo): un posto che ho sempre odiato per l'atmosfera che vi si respira, coi classici backpacker bellini, divertenti, easy going che si ritrovano sempre qui. Appena arrivato, sui tavoli fuori c'era un sacchetto di marijuana di quasi 2 etti buttato li....due americani ubriachi e istintivamente antipatici gia' facevano battutine sul nuovo arrivato con le classiche fighette turiste sempre pronte ad appiccicarsi al primo viaggiatore cool che le faccia divertire e bagnare un po' con battute ambigue, fumate di erba sotto il cielo stellato di Istanbul e birre in continuazione....avrei voluto prendere tutti a calci in faccia per liberare l'umanita' da questi scarti umani, ignoranti e presuntuosi come solo i backpacker fighetti sanno esserlo, tipico esempio di come nel mondo esistano razze inferiori e razze superiori, cervelli piu o meno sviluppati. Forse sono io troppo serio. Forse e' figo girare il mondo tra un ostello e un altro e sembrare cool perche' una volta sei andato a Barcellona, una volta a Phuket e una volta persino sulle isole greche. Turismo di classe che pero' fa figo perche' ci sono tante discoteche e tanti luoghi di divertimento. Io che son stato nel nulla della Mongolia, nel nulla da quarto mondo della Cina, nella Kathmandu piu' povera e pericolosa e nella Siberia invernale....non faccio tanto figo come questi backpackers col cappello alla Marlowe sulle ventitre', vestiti da viaggio firmati Armani, cravatta e barbettina accuratamente incolta su camicia di seta aperta ad altezza torace palestrato o, al contrario che fa ancor piu figo, glabro come un bambino o come Justin Bieber. Oltretutto quando sento parlare americano istintivamente mi verrebbe voglia di scaricare un AK47 nelle gengive dei maledetti yankees. Se c'e' una cosa che odio dell'America e' proprio quella parlata nasale, dialettale, volgare, fittissima di parole e logorroica fino alla nausea. Odio gli americani proprio per il fatto che esistono.

C'era una finlandese in compagnia del suo amico: sembravano Batty & Gay ("Capo sono arrivati i tipi che stavamo aspettando." "Descrivimeli" "Una sembra una mignotta e l'altro un serafino": tavola memorabile da un numero del mitico fumetto....) e questi americani cool e ubriachi sciorinano un campionario di orrori che avrei dovuto registrare per poi spedire all'istituto di antropologia culturale: "Ti sei colorata i capelli di nero? tutte le finlandesi che mi son scopato erano bionde, quindi anche tu sei bionda originariamente", "Ah, Helsinki...e' una citta' bellissima e ricchissima di monumenti antichi", "C'e' una isola misteriosa davanti ad Helsinki (...) dove c'e' una fortezza costruita dai vichinghi contro i romani, me lo ha detto un mio amico che c'e' andato a Settembre, dice che faceva veramente freddo" "Ah la lingua finlandese mi ricora tanto il cinese, non sono mai andato a Hong Kong ma mi sono fatto una turista cinese una volta" e altre mostruosita' del genere per far vedere che anche i backpaper piu' cool, uriachi e scoperecci hanno qualche nozioncina di storia,  arte e cultura generale. Se ci fosse ancora il buon vecchio Mike Bongiorno potrebbero partecipare a Rischiatutto.
Allegria. Roba da dare in cavia al Dottor Mengele per i suoi esperimenti....l'umanita' non avrebbe sicuramente protestato per averla liberata da cretini simili....

Appena ho tempo raccontero' di Xanthi e della Grecia...adesso vado a Kadikoy a vedere se ritrovo la bella zingarella che vende fiori al molo e poi il Gran Premio di Formula 1 a Monza in qualche pub.
Sperando che Demir, florido fiore ottomano, mi chiami o mi scriva.

Kastanies, confine greco-turco, ore 17.00

mercoledì 29 agosto 2012

Танюша

Татьяна Успенская

Forse ci rivedremo presto ! Un nuovo viaggio sta cominciando, e questa volta senza fretta di arrivare o di ritornare indietro ...

lunedì 9 luglio 2012

Mi ricordo a Lhasa

Stavo camminando un giorno per le vie del mercato della città vecchia, sperduto tra vicoli stracolmi di tibetani, di ruote di preghiera, di odore di burro di yak. E militari, tanti, tantissimi militari cinesi agli angoli strategici delle vie, in trincee riparatissime. Militari dai volti truci e spietati, col mitra carico e puntato ad altezza uomo, pronti a far fuoco alla prima occasione. Penso che non stessero aspettando altro.

Cammino....due meravigliose ragazze mi guardano e mi indicano. Dopo un pò cominciamo a chiacchierare in inglese - miracolo! - e mi chiedono dove sto andando. Non avendo una meta precisa, mi invitano a visitare la loro università di lingue....era poco più avanti, nel quartiere periferico dei cinesi, fatto di strate brutte e rotte, di palazzoni quadrati e tenuti male, di Cina come si vede in tutti gli altri posti.

Entro in classe, tanti ragazzini sporchi, dai volti scuri e bruciati dal sole, vestiti male, mi si avvicinano con curiosità....cominciamo a chiacchierare, parlavano tutti un discreto inglese a parte le ragazze, soprattutto le cinesi che non parlavano proprio.

Studiano tre lingue: inglese, una lingua a scelta tra giapponese, russo, coreano, francese o tedesco ed infine il tibetano. Si, perchè pur essendo tibetani ormai l'insegnamento della loro lingua è diventato facoltativo. Gli insegnanti insegnano tutti in cinese, gli studenti devono studiare e parlare solamente in cinese. I testi di scuola dal 2008 sono esclusivamente in cinese. Molti giovani tibetani non solo non sanno più scrivere la loro lingua ma non sanno neanche più parlarla. Devono pagare rette salatissime alle università cinesi per impararla.

Socializziamo, cominciamo a chiederci tante cose: da dove vieni, cosa fai, qual'è il tuo villaggio, cosa vorresti fare in futuro, perchè io sono in Tibet, se mi piace il Tibet....

Entra il professore....un tipo simpatico e gioviale...vede che i suoi allievi stanno chiacchierando in inglese e se ne stupisce.

"Non hanno mai parlato così tanto con me....ti va di fare lezione al mio posto? Se va bene, puoi venire anche domani altre 2 ore"

Ho risposto di si....1 minuto dopo ero dietro la cattedra a fare lezione in una università di Lhasa, Tibet, a dei tibetani....

Sulle guide c'e' scritto che agli stranieri è proibito parlare con la gente del luogo, è proibito viaggiare da soli a Lhasa e in Tibet, è proibito parlare di religione, Dalai Lama, problemi di politica interna cinese e una marea di altre cose. Pena l'arresto, l'espulsione e magari anche qualche torturuccia visto che ai cinesi queste cose piacciono tanto.

In 2 giorni abbiamo parlato du tutto: giornalismo, libertà politica, problemi economici del Tibet e di Lhasa, della rivolta di qualche anno prima. Ma anche delle condizioni dei villaggi e delle famiglie di quei poveri studenti. Molti vorrebbero fare il dottore per aiutare i poveri del loro villaggio. Molti vorrebbero fare i giornalisti ma sanno benissimo che per un tibetano è impossibile. Molti vorrebbero continuare gli studi al'estero ma sanno benissimo che questo è ancora più impossibile. Molti non sanno ancora....chi vuol sfondare nella musica e chi nello sport.
Pensieri semplici si alternavano a osservazioni profonde sulle discriminazioni razziali e sociali...
E' venuto fuori un quadro fosco, drammatico, cattivo....ho respirato e toccato con mano l'odio dei tibetani verso i cinesi. Le trincee che assediano la città non sono li per caso. I militari pronti a falciare col piombo i tibetani inermi sono il simbolo di questo odio reciproco.

Mi sembrava di essere quasi fuori luogo, inutile e incapace di poter far qualcosa....poi sono uscito e ho conosciuto Audrey, bellissima e carinissima ragazzina tibetana...siamo stati tutto il giorno insieme. Anche lei vorrebbe fare la dottoressa per il suo villaggio lontano. Anche lei odia i cinesi, la sua famiglia si è ridotta in miseria da quando i cinesi hanno monopolizzato le 3 attività commerciali del loro villaggio.

Il giorno dopo son tornato: di nuovo la solita lezione su libertà, democrazia, tolleranza religiosa e sogni futuri.

Ci siamo scambiati le email e i numeri di telefono, promettendoci di scriverci e di tenerci in contatto, mi hanno promesso regali e foto da spedire.

Di tutti quei ragazzi non mi è mai arrivata una email. Di tutte le email che ho mandato loro sono tornate tutte indietro: "indirizzo sconosciuto"

A volte mi chiedo - e la risposta mi è ovvia - quali conseguenze possano aver avuto quei 2 giorni di lezione. Microspie e microfoni, telecamere e studenti cinesi venduti e infami sono presenti in tutte le scuole, in quelle tibetane più che mai.
Mi chiedo come stanno, a volte sono preoccupato per quello che potrebbe essere stato di loro....

Buona fortuna, ragazzi miei...eravate in gamba

domenica 24 giugno 2012

In Tibet - Tra Uomini e Dei (di Silvia Vernetto)

C'è un bel libro sul Tibet edito da Lindau nel 2008 e scritto dall'astrofisica Silvia Vernetto. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da una scienziata, i racconti - tutti brevi capitoli sui pastori, sulla gente del piccolo villaggio di Yangpachen, sulla natura, sulle povere famiglie del luogo - sono molto toccanti e poetici. E descrivono benissimo la vita quotidiana dei piccoli paesi, in mesi sospesi tra l'estate e l'inverno, quando la natura illumina di colori le alte montagne e le praterie povere. Dove la neve, la pioggia e il vento sono i signori incontrastati di queste terre silenziose e immense dominate dal respiro degli dèi.
Si impara la storia antica e contraddittoria di questa immensa regione, la storia del buddhismo tibetano e i rapporti con i potenti vicini cinesi e mongoli: se da un lato l'odio per il genocidio culturale cinese ne esce rafforzato, dall'altro l'autrice indaga profondamente anche sugli aspetti meno conosciuti di una società, quella tibetana, ancora arcaica, povera, persino ingiusta nello strapotere di una teocrazia che schiavizzava la povera gente. Le lotte di potere politico tra le sètte buddhiste non è meno tragico e materialista dell'invasione economico/politica cinese.
Il Tibet è una realtà contraddittoria e con questo libro forse, sicuramente, si può anche vedere oltre la classica visione stereotipata - e limitata - dei poveri tibetani oppressi dalla dittatura cinese. C'e' qualcos'altro che forse non sappiamo o non ci è mai stato detto.
Eppure c'e' spazio anche per la speranza, la fratellanza, il rispetto delle culture: come la storia di Cavallo Pazzo, un cinese che si sente legato più al Tibet che alla sua patria d'origine: la descrizione dolce, poetica, vera e sentita di questo strano personaggio collega di lavoro dell'autrice non può far a meno di commuovere, di ringraziare gli dèi per aver trovato questo bel libro in biblioteca.

C'è anche una bella descrizione di Lhasa: bella e semplicemente perfetta nel saperne cogliere i mille aspetti, le due anime in cotrapposizione - la vecchia città tibetana povera e sporca e la pacchiana, aggressiva e invadente città nuova fatta dai cinesi per i cinesi.
L'autrice sa descriverla meglio di mille fotografie: per me che ci sono andato tra Novembre e Dicembre 2011 è come un tuffo nei ricordi di una esperienza meravigliosa e lo stimolo a ritornarci per capire altre cose, per stare vicino ad un popolo semplice e buono come i tibetani.

Allego le scansioni di questo capitolo dedicato alla Città degli Dèi - questo significa Lhasa in tibetano - sperando che l'autrice non se ne abbia a male. Ma sono pagine così vive da far sembrare di essere ancora li, in quelle stradine affollate e fumose, sporche e brulicanti di vita e religione.











lunedì 11 giugno 2012

Polvere e burro di yak

Il templio di Changmoche, Lhatse, non è nè più bello nè più brutto di tanti altri nel Tibet. E' buio e arredato con mille tanka coloratissimi che pendono dal soffitto come festoni, in legno sono i mobili e le credenze dove sono racchiusi migliaia e migliaia di statuette di Buddha sacri, così come in legno sono le lunghe panche dove siedono, dormono e pregano i monaci, tutti in fila davanti al trono di legno del Maestro del templio che col suo bastone fa suonare l'enorme tamburo annunciando la raccolta e la fine delle ore dedicate alla preghiera. In legno sono anche le scale e i corridoi e balaustre dei piani di sopra, inaccessibili a chi non è monaco ed infine è in legno tutto quanto il resto, mobili, librerie, leggii, i contenitori dei sacri tanka, i rotoli in pergamena con le preghiere sacre. Tutto è finemente decorato con incredibili, coloratissime figure dai sacri colori del Tibet: giallo, verde, blu, bianco e rosso.
Un forte odore di burro di yak fuso copre ogni angolo, anche il più buio e nascosto.
C'e' a chi non piace, per il suo forte aroma dolciastro e denso. Io me lo porto ancora nei miei ricordi.
Il bello dei templi tibetani è il buio che nasconde tutto e tutto fa sembrare così misterioso: ti avvicini al grande altare col Buddha centrale e scopri che dietro ci sono migliaia di statue di altri Buddha appoggiati su invisibili mobili, su piccoli capitelli e invisibili credenze. La profondità della sala sembra non avere più confini, tutto sembra moltiplicarsi all'infinito.



Nel silenzio sacro il burro di yak brucia e si spande nell'aria. Qualche ombra sfuggente passa in lontananza, timida e furtiva.

E' novembre, un novembre caldissimo e soleggiato quando siamo arrivati a Lhatse, terzo giorno di viaggio sulla strada che da Kathmandu portava a Lhasa.

Ricordi.
La città nuova è sempre, ostentatamente cinese. Negozi cinesi, mercanti cinesi, ragazzi cinesi negli internet point, prodotti cinesi, musica cinese, fiche cinesi, alberghi cinesi. E come ogni villaggio di insediamento cinese, le vie sono brutte e tutte uguali. Polverose, scassate, sporche e piene di quei palazzoni quadrati dai grossi fondi al pianterreno - o magari rialzati giusto 2 o 3 gradini rispetto alla strada - che sono sempre tutti uguali, delle stesse dimensioni ed ospitano file interminabili di negozi anche loro sempre tutti uguali. C'era una ragazza bellissima, coi riccioli neri e il nasino all'insù, culo bellissimo fasciato da jeans corti e stretti. Di fronte il solito via vai cinese davanti ai soliti negozi cinesi.

Fuori dal paese una strada porta al monastero di Lhatse Chode, situato in alto, sul fianco di un monte polveroso e aridissimo, poco oltre un piccolo ponte che attraversa un impetuoso torrente. Questo torrente non so se è il Brahmaputra, il fiume sacro degli indiani, ma passa anch'esso proprio da questa valle. Forse è lui, forse un suo affluente. Nel monastero abitano solo donne e il silenzio che vi regna è ancor più etereo, spettrale.


Piccole casette con la parete a strapiombo sul fianco della montagna raccontano tutta la semplicità di questo popolo. Eppure la strada che vi arriva, pochi km fuori dalla moderna parte cinese della città è quanto di più bello e silenzioso, elegante e ricco per gli occhi che la cultura tibetana possa offrire come abitazione. Camminare lungo queste vie silenziose mette pace e tranquillità. Ogni casa è dentro una corte circondata da un muro di fango e pietra pitturato di bianco, nel quale si aprono portoni in legno rosso finemente ricamati, con architravi che sorreggono tettini in legno e festoni colorati.



Sopra il monastero femminile di Chode si erge la vecchia fortezza abbandonata e distrutta dalle truppe cinesi. Tutto è polvere e fango essiccato, aridità e vento. Camminare sul fianco del monte non è facile e la fortezza cade in rovina. Ne rimangono solo le mura esterne che - come tutte le opere di difesa militare cinesi, seguono     l'andamento della cresta delle montagne.


Vento e bandierine che si staccano e volano via, a volte vicino a volte lontane, molte volte dentro il letto del fiume, facendolo sembrare quasi una brutta discarica a cielo aperto.

Di la dal colle, sotto i nostri occhi, c'è la Lhatse vecchia, quella tibetana delle casette in fango e delle pagnotte di escrementi di yak impilate fuori dalla porta, per l'inverno, per il fuoco, con ne finestre bordate di nero a forma di trapezio, tipiche di tutte le abitazioni tradizionali.
Stradine strette, fangose e polverose immerse nel silenzio assolato di un pomeriggio di novembre, indolente, caldo e apatico.

Dopo aver fatto tanta strada, dalla cima del monte dove c'e' la fortezza, si scopre che il templio di Changmoche è proprio sotto, la dove si snodano i vicolini stretti della Lhatse vecchia, tibetana....ma la città cinese è vicinissima, tutto a diritto del viale del templio. Sembrava più lontana, invece è arrivata già qui.

In piccolo spiazzo sterrato fuori dal portone del templio  c'e' un divano, proprio davanti a una casetta di fango dalla solita entrata bassa. Accanto al divano c'è un tavolino ed un grosso ombrellone verde tutto sporco e rattoppato.
Mi son seduto li a fumare una sigaretta e bere una birra cinese e poco dopo mi sono addormentato, sotto i raggi di un sole caldo, invitante.

Pensavo a quanto era bello e silenzioso il templio, pensavo al dolve profumo del burro di yak e agli ooom che si sentivano intonare da qualche stanza sconosciuta di quel misterioso, labirintico luogo.

Pagnotte di escrementi di yak belle accatastate una sull'altra appoggiate ai muri di ogni casa, sorrisi di gente indaffarata e contadini che camminano piano nei loro lunghi sottatoni ricamati, i chuba.

Pensavo anche a Tingri e la sua bella locanda sulla strada, al calore del pomeriggio precedente, tra intarsi colorati e morbidi divani vecchi e polverosi...


E pensavo alla solitudine silenziosa di questo luogo arido ed immenso, il vento che arriva da lontano e lontano se ne va via, pensavo al burro di yak e alle montagne innevate, altissime, oltre le quali non esiste niente di più alto, così alte da essere vicini al cielo in ogni momento, sembra di poter essere in ogni momento in contatto con Dio.
E pensavo all'immenso della natura, all'uomo che come il vento, la neve e la sabbia altri non è che una piccola creatura davanti a tanto semplice infinito. Vorrei rimanere qui a godere di questo silenzio portato dal vento e questo caldo di un bellissimo novembre tibetano.

mercoledì 6 giugno 2012

Anno 2138, 25° anno del 17° ciclo, l’anno della lepre di metallo nel ciclo del Rab Rgyan


Capitolo 1 – Anno 2138, 25° anno del 17° ciclo, l’anno della lepre di metallo nel ciclo del Rab Rgyan. E’ già sera.

La porta di legno si spalancò all’improvviso e sulla soglia rimase una figura alta, scura, indefinita, avvolta in un pesante cappotto militare di tipo cinese: un berretto di lana grezza gli scendeva fin quasi sugli occhi. Era li che ansimava incerta se entrare o no mentre gelide raffiche di vento cercavano di farsi spazio ed entrare anch’esse nella piccola locanda. Mosse impercettibilmente lo sguardo verso destra, dove notò alcune donne sedute a un tavolaccio di legno, avvolte nei loro bei costumi tradizionali ed intente a bere un pò di tè...due erano di spalle, l’altra di fronte, chiara, precisa, con lo sguardo basso mentre sorrideva e parlava sottovoce con le compagne senza dare troppo nell’occhio. La misteriosa figura sembro’ confortata da quella visione di apparente tranquillita’. Allora si decise, entrò e sigillò ben bene la porta con la trave di legno.

“Wo yao chi fan”, “voglio mangiare” disse con tono deciso, senza guardare in faccia il padrone appena affacciato dalla piccola cucina, poi si tolse i guanti velocemente e altrettanto rapidamente si diresse verso la stufetta posta nell’angolo vicino alla finestra dove – con un profondo sospiro di sollievo – lasciò le mani ad affumicare sopra bollenti nuvole di vapore. Un breve sorriso solcò la sua pelle paonazza, sfregiata dal vento e dalla sabbia che si era tutta impastata nella barba ispida ma fu solo un fugace accenno e il suo volto tornò a sembrar come scolpito nella pietra: troppo doloroso ancora muovere i muscoli intorpiditi, storditi da quel gelo maligno e lacerante che da queste parti non cessa mai di martoriare i corpi.

Altri lunghi attimi di silenzio, movimenti lenti, lentissimi, misurati che piano piano cercavano di diventare piu fluidi senza concedere troppo alla fretta e al dolore: le dita cominciarono ad accarezzare dolcemente le nuvole di fumo che sembravano comporre una invisibile sinfonia nell’aria calda e profumata che emanava dal pentolone dove cuoceva un minestrone di verdure - i piedi cominciarono a battere sul pavimento per riprendere sensibilità, lo sguardo vagava a destra e sinistra per ubriacarsi di immagini e di tepore domestico. Colori, dipinti di divinita’ buddhiste, povere foto e miseri tavolacci, pareti umide e scrostate appena spruzzate di un azzurrino spento e addobbate qua e la di immagini paradisiache di paesaggi fatti col photoshop, travi e architravi in legno ormai in gran parte ricoperti dalla grigia patina del tempo, la tv sempre accesa su un generico canale che trasmetteva uno show cinese e la tendina sudicia e tutta consumata che separava la saletta dalla cucina: tutto sapeva di così familiare, di già provato tanto tempo prima. Solo il calendario proponeva qualcosa di nuovo: dopo una prima rapida occhiata e dopo una più lunga dove si premurò di aver letto bene, lo straniero si accorse che era cominciato il nuovo anno: il 2138, il 25° anno del 17° ciclo, l’anno della lepre di metallo nel ciclo del Rab Rgyan. Doveva essere cominciato da poco, pensò e se ne rallegrò: “Bene, la lepre è il mio segno, questo sarà il mio anno fortunato dopo tutti questi casini”, pensò e finalmente riuscì a sorridere senza sentire più dolore. La vita sembrava tornare a scorrere nel suo corpo.

“Xin nian kuai le”, “Buon anno” disse allora al padrone che era ancora li fermo a pochi passi e che lo stava guardando in attesa che il nuovo cliente si fosse sentito finalmente a suo agio. I due incrociarono gli sguardi e si fissarono negli occhi in silenzio, senza dire una parola per un lungo, lunghissimo momento, fieri uno verso l’altro. Solo un impercettibile moto di sorriso sui loro volti altrimenti immobili fece infine intendere che si erano riconosciuti dopo così tanto tempo. Forse neanche si ricordavano quanto tempo fa si videro per la prima ed unica volta ma entrambi scossero la testa nel solito momento: non si erano dimenticati l’uno dell’altro. “Xin nian kuai le” gli rispose il locandiere.

Il padrone della locanda non aveva piu di 30-35 anni ma come tutta la gente di questi maledetti posti ai limiti del mondo, aveva ormai la pelle tutta scura, dura come un vecchio pezzo di camoscio, segnata dal vento gelido e dal sole crudo. Le rughe gli solcavano il volto come i ghiacciai quando spaccano i fianchi delle montagne. Era sporco e malvestito, e allo straniero parve che stesse indossando i soliti vestiti che indossava anche la prima volta che lo vide. Lo straniero si osservò per un attimo le mani: erano diventate anche a lui tutte gonfie e dure, rattrappite, nere e sporche come le sue dopo così tanti giorni in quelle lande dannate fatte solo di polvere, sassi e gelo. “Presto diventerò anche io così” pensò, tirando una bestemmia, e se le portò alla barba per pulirsela ma non provò assolutamente nessuna sensazione: allora bestemmiò nuovamente e sputo’ in terra, poi si voltò ad osservare le donne che continuavano a starsene li a spettegolare sottovoce col capo chino e la schiena curva lanciando ogni tanto sguardi curiosi. Tiro’ su di naso e sputo’ sul pavimento di terra battuta, infine col piede ricopri’ con la sabbia.

“Zuo ba” rispose il locandiere sorridendo indicando un tavolo a cui sedere “Ni yao chi shenme?” “Cosa vuoi mangiare?”...ma lo straniero non rispose e preferi’ continuare a sprofondarsi sul comodo divano che girava tutto intorno alla stufetta...era morbido, con i cuscini di velluto rosso e fatto di legno giallo riccamente ricamato con draghi, guerrieri, figure e intarsi multicolori che sembravano non finire mai ed – anzi – sembravano moltiplicarsi ogni volta che lo sguardo si posava su un punto preciso: le nuvole di vapore che venivano su allegramente dalla stufa sembravano confondergli ancora di più la vista. Rimase cosi’, senza dire una parola e cominciò ad osservare meglio attraverso quelle nuvole di fumo e gli parve allora che quelle piccole figurine scolpite nel legno avessero preso vita e stessero combattendo tra di loro. Il suo sguardo allora si perse in mille immagini fantastiche sospese tra fantasia e realtà – il viaggio, le cose che gli erano successe, il semplice fatto di essere nuovamente li in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini - e cominciò a sorridere tra se e se a occhi semichiusi per tutta questa bizzarra galleria di sensazioni ed emozioni che dopo tanti giorni finalmente erano libere di scatenarsi...pensò a Lhasa che sembrava ormai così distante, rivedeva i terribili precipizi senza fondo lungo i quali aveva corso per giorni e giorni, gli sconfinati spiazzi desertici e polverosi immersi nel silenzio piu assoluto, gli tornarono in mente anche le profezie fatte prima di partire da Kathmandu e la sinistra visione della Kumari ed adesso era nuovamente li, proprio dove voleva arrivare, per trovare rifugio e per rivedere lei, per sentire ancora il suo buon odore intenso di tibetana, godendo della buona tazza di te nero appena ricevuto li accucciato su quel morbido divano traballante mentre le pagnotte di escrementi di yak bruciavano allegramente portando un pò di calore e profumo dentro quella misera locanda: alla fine, vinto dalla stanchezza e dall’emozione si lasciò incantare dalle misteriose immagini colorate nascoste dal fumo e, ben presto, chiuse gli occhi e si addormentò. Gli parve anche di vedere delle figure uscire dalla cucina, gli parve di vedere anche lei, col solito giubbotto aperto e la sciarpa tutta attorno al collo ma a quel punto ormai non sapeva più se stava sognando o cos’altro.

Quando si risvegliò era ancora notte fonda ma non sapeva dire con precisione che ore fossero: da queste parti il sole cala sempre troppo presto e sempre troppo tardi rispunta fuori dalle altissime montagne che circondano la valle solitaria. Pensava che fosse ancora notte fonda perchè fuori era tutto silenzio ma da queste parti c’è sempre silenzio: ci pensa il vento gelido a portare via qualsiasi rumore e coprire tutto con le sue urla, in ogni momento, questo gelido vento maledetto che spazza sempre via tutto e lascia solo il proprio sibilare a riempire questa desolazione assoluta.
Per lunghi attimi rimase ancora stordito, non gli riusciva capire bene dove fosse e cominciò a guardare la stufa e il divano di fronte e si stupì di non essere più a casa sua, in Italia. “Ma dove...” non finì neanche di pensare che notò una figura seduta proprio davanti, un po’ spostata sulla sinistra e vide le gambe fino alle ginocchia, notò dei calzini un tempo bianchi e delle scarpe da ginnastica vecchie e sporche, poi alzò lo sguardo e rimase ancora più stupito. Era lei.


Capitolo 2 – La visione alla gonpa

“Ti stavo aspettando” gli disse finalmente il locandiere mentre lo straniero sorseggiava una tazza di chai nero bollente che gli aveva portato Kama, la ragazza.
“Mi stavi aspettando?” chiese sorpreso staccando le labbra dal bordo della tazza.
“Si, mi avevano annunciato che saresti venuto qua”
Lo straniero getto’ con violenza la tazza per terra e si alzo’ di scatto in piedi guardando il suo amico con occhi minacciosi e allarmati.
“Chi ti ha detto che sarei venuto qui?”
“E’ stato il vento” rispose il locandiere con un sorriso, per tranquillizzarlo. “Il vento ci porta tante notizie. Basta saperne riconosce la voce”
Lo straniero sembro’ rilassarsi per un attimo, poco sorpreso di quella strana risposta ma ancora sembrava non del tutto convinto.
“Il vento potrebbe sibilare anche agli orecchi di altri” disse allora lo straniero con tono tra il distaccato e il sospettoso guardando in direzione della finestra, cercando di scorgere qualcosa attraverso quei vetri sudici, ma tutto, fuori, era avvolto nelle tenebre. Il locandiere sorrise.
“Guarda la’ fuori...ci sono soffi di vento che vengono da nord e altri che vengono da sud. Qualcun’altro sembra venire dal fiume e qualcun’altro dal ventre stesso della montagna, altri vengono da chissa’ dove. Ed ognuna di queste e’ una voce che racconta cosa succede al di la’ di questa valle sperduta tra gli alti monti. L’altro giorno io ero seduto lassu’ sulla cresta a meditare ed offrire doni e incenso alla Dea Lakhsmi. Ad un certo punto una raffica piu’ forte di tutte le altre ha cominciato a girarmi tutto attorno e sollevare le bandierine di preghiera che avevo portato con me per attaccarle al chorten del Piccolo Passo, quello lassu’ sopra la vallata dalla quale si puo’ vedere l’ansa del fiume, ti ricordi? Il vento mi aveva accerchiato e sollevava tutto. Ad un certo punto una bandierina gialla mi colpi’ in faccia e quando riuscii ad afferrarla, lessi una preghiera che non avevo scritto io. Diceva: accogli l’amico che cerca riparo e forniscigli cibo e aiuto perche’ la sua strada sara’ ancora lunga e tortuosa. Proteggilo dai nemici come fosse il piu’ prezioso dei tuoi tesori e porta una candela in piu’ per chiedere la benevolenza degli Dei”
Poi il vento me la strappo’ via di mano e volo’ lontano: non l’ho piu’ rivista ma dal Piccolo Passo si sentiva salire su come un lamento, un grido di aiuto sempre portato dal vento. Allora la mattina dopo sono tornato con un’altra candela di burro di yak e l’ho accesa dentro la piccola gonpa del Loto Solitario. La sua fiamma sembrava brillare di vita propria ma ogni tanto il vento soffiava fortissimo quasi volesse spengerla. Io ho cercato di riparare quella fiamma alta e bella, la candela sembrava non consumarsi mai ed era cosi’ luminosa dentro la buia gonpa che sarebbe stato un’offesa agli Dei permettere che il vento la vincesse. Con il tessuto del mio fagotto ho coperto la stretta entrata della gonpa e cosi’ facendo ho pensato di aver fatto una buona azione. Da fuori la luce della fiamma sembrava aver acquistato ancor piu vigore ed io allora fui convinto di aver operato bene per l’amico che gli Dei mi avevano chiesto di aiutare”

“Allora tu sai anche cosa e’ successo” gli chiese lo straniero, piu’ allarmato che sorpreso da quello strano racconto.
“So che viviamo tempi difficili per noi e per i nostri fratelli tutti” rispose il locandiere senza aggiungere altro.
“Gia’....viviamo tempi difficili” si limito’ a rispondere lo straniero, anch’egli senza aggiungere altro: si rinfagotto’ dentro il giaccone militare e torno’ ad osservare le nuvole di fumo che venivano dalla stufa.






3 – A Nyalam

La luce della mattina tarda sempre ad arrivare nella valle incassata tra altissime montagne ma quando il sole finalmente si affaccia oltre le alte creste, il panorama che si gode e’ talmente spettacolare che tutto, dalle case all’unica strada che scende giu’ fino al fiume attraversando il villaggio per poi risalire faticosamente fino alla Tibetan Road ai fianchi dei monti e persino le persone stesse che qui vi abitano, sembrano illuminarsi di una energia selvaggia e primitiva, libera e naturalmente felice come sospesa in un tempo immutabile e paradisiaco per quelle poche ore che questa magica atmosfera puo’ durare. Ma presto tutto questo torna poi ad essere avvolto da una grigia cappa fatta di tenebre, di nebbie maligne e grigio silenzio ghiacciato.
In quelle poche ore di luce e di sole il cielo e’ sempre incredibilmente terso, pulito, brillante, di un azzurro cosi’ sereno e quasi etereo da irradiare di felicita’ una natura altrimenti ostile, poverissima, fatta di niente, di polvere e di sassi. I fianchi nudi delle montagne emanano una maestosita’ silente e benevola, l’acqua del fiume a fondo valle brilla argentea e spumeggia sbattendo sui giganti massi franati dall’arido fianco del monte. I pochi colori della natura la mattina sembrano prendere vita: l’azzurro del cielo, il verde dei pochi arbusti e il bianco abbagliante delle cime perennemente innevate gioiscono per quelle poche, felici ore di luce purissima. Anche la vita nel villaggio sembra esplodere improvvisamente in mille colori, i colori dei costumi tradizionali tibetani, delle collane di turchesi, delle scarpe di feltro e dei cappelli a tre falde si mischiano col nero brillante dei capelli avvolti in splendide ruote ai lati della testa, al bianco smagliante dei sorrisi gentili e al cuoio annerito e bruciato dal sole delle facce allegre di questa gente. Come in un formicaio, brulicano in su e giu per l’unica strada in discesa del paese le figure eleganti, alte, snelle e profondamente belle dei tibetani: le donne paiono sempre un po’ grassocce infagottate come sono nei loro pesanti costumi di lana a sbalzi finemente ricamati e gli uomini sembrano sempre un po’ troppo effemminati con quelle gonne che scendono giu fino alle caviglie e i lunghi capelli raccolti in splendide trecce ora arrotolate tutto attorno alla testa, ora bellamente disposte a ruota dietro agli oreccchi, ora lasciate libere di svolazzare al vento.

Fu durante una di queste radiose mattine di inverno – piu’ o meno il nostro febbraio occidentale – che F si risveglio’ dal letto della locanda di Nyalam e si affaccio’dalla piccola finestra dabbasso per osservare la vivace attivita’ mattiniera della gente del luogo. Il sole illuminava ma non scaldava molto e non appena alzato si senti’ percorrere da un lungo brivido di freddo. Dopo un po’ torno’ su, nel soppalco dove era posto il grosso letto comune.
Kama era li, accanto a lui gia’ in piedi con una tazza fumante di chai tra le mani e sorrideva come sempre mostrando i denti bianchissimi. Vederlsela li davanti era una immagine dolcissima.
“Non dovresti farti vedere troppo in giro” gli disse mentre s’inginocchio’ davanti a lui per appoggiare la tazza su un piccolo sgabellino di legno posto accanto all’enorme letto dove dormiva con tutta la sua famiglia .
“In questo periodo pochi stranieri osano arrivare fin quaggiu’ e mai nessuno da solo. I cinesi qui hanno mille occhi e le notizie corrono veloci. Come il vento ha portato la notizia del tuo arrivo, esso puo’ portarla anche ad altre orecchie meno indiscrete delle nostre” continuo’ mentre, ancora inginocchiata cominciava a legargli le scarpe e assettargli il maglione di lana con cui aveva dormito quelle poche ore precedenti.
“Anche tu con questa storia del vento?” le chiese lo straniero, “va a finire che ci devo litigare con questo vento chiacchierone” le rispose ancora un po’ addormentato.
La ragazza continuo’ a sorridere nel suo volto rotondo e bellissimo e, postagli una mano sulla sua guancia, con l’altra comincio’ a pettinarlo dolcemente, con calma.
Lo straniero si senti’ percorrere da un lungo brivido caldo al suo contatto e l’odore intenso della ragazza lo attirava tantissimo. Mano a mano che lei continuava a pettinarlo, le sue dita cominciavano timidamente ad accarezzargli la barba.
“Tu devi credere a queste cose, Da Hai” sussurro’ Kama.
“Non chiamarmi Da Hai, qui non siamo in Cina, qui Da Hai non esiste!” le rispose seccato, interreompendola.
“Gli Dei ci hanno chiesto di aiutarti e noi non possiamo opporci alla loro volonta’” continuo’ la ragazza sorridendo e continuandolo a pettinare, incurante di quella brusca interruzione. Ormai gli si era gia’ seduta sulle sue ginocchia, la sentiva cosi’ vicina e continuava a sorridere lasciando che la mano dello straniero cominciasse ad accarezzarla dolcemente.
“Se tu sei arrivato qui significa che sei in pericolo e noi ti aiuteremo anche se questo potrebbe essere molto rischioso per noi, ma mio padre ha fatto giuramento agli Dei e non puo’ mancar meno alla sua promessa”
“Tu sai cosa ho fatto?” le chiese: ma ormai la sua mente e i suoi sensi stavano cominciando ad inebriarsi dell’odore intenso che emanava da quella bella tibetana . Kama non rispose e continuo’ a guardarlo sorridendo.
“Dimmi, da quanto tempo non ti lavi?’
“Io ho 21 anni e ancora non mi sono mai lavata” rispose la ragazza con un sorriso timidissimo e complice, abbassando lo sguardo, un po’ imbarazzata, un po’ orgogliosa: e fu solo a quel punto che appoggio’ il pettine sulla coperta e si inginocchio’ proprio davanti a lui, con le mani appoggiate sulle sue gambe.
“Noi tibetani possiamo stare anche tutta una vita senza lavarci, lo sai: ed io ancora non l’ho mai fatto, fa parte della nosta cultura”, aggiunse inarcando le sue labbra carnose e socchiudendo gli occhi, poi si risiedette sul letto accanto a lui e ricomincio’ a carezzargli il volto e lisciargli la barba. Il suo odore forte lo ubriacava e il cuore dello straniero batteva fortissimo. Comincio’ a sbottonarle i pantaloni di jeans consumati.
Si sdraiarono sull’enorme, morbidissimo letto comune tutto incassato tra alte sponde in legno, nel soppalco sopra la stanza della locanda...
“allora e’ arrivato il momento di lavarti, per la prima volta nella tua vita” e le tolse i pantaloni e con essi le mutande sporche che si portava addosso da chissa’ quanti anni.
.
“Quanti?” chiese la ragazza con un sospiro caldo mentre gli si aggrappava alle braccia, con gli occhi chiusi.
“Quattro, e se lo meritavano tutti”
“Quattro?”
“Si...e se avessi potuto, ne avrei ammazzati ancora di piu’...ma perche’ me lo chiedi? Sai forse qualcosa? Cosa sai?” provo’ a chiederle.

“Il vento...il vento che ti ha portato qui ci ha detto cosa ti e’ successo”
“Qui tutti sembrate sapere qualcosa...maledizione....alla fine l’unico che non ha ancora capito niente sono sempre io”
“La tua strada e’ ancora lunga e dolorosa, altro sangue dovra’ scorrere perche’ i nostri nemici sono tanti. Prega gli Dei perche’ hanno scelto per te un compito difficile”

Machismo turco


Mimar Mehmet Aga non la si può certo definire una via particolarmente interessante: non ci sono ristoranti di particolare lusso o negozi di pregio in questa strada tutta in discesa, tantomeno monumenti o cose importanti segnati sulle mappe degni di visita, ma è il collegamento tra la centralissima via in salita di Sultanahmet, la via più importante che attraversa questa parte di Istambul e il piazzale oltre il quale si estende tutto il complesso di Aga Sofia. E’ per questo che, pur essendo una via anonima, nè peggio nè meglio di tante altre, è sempre trafficata da turisti di tutte le età e razze. Proprio per questo la via è ricca – ma quale via di Istambul non lo è? – di ristorantini, bettole, tavole calde ma anche di piccoli supermercati, negozi di souvenir, c’è persino una agenzia di viaggi, una libreria e un negozio di strumenti musicali tradizionali. Niente a che vedere con Yerebatan, la lussuosissima via turistica che sta sull’altro lato di Sultanhament, piena di negozi che vendono marche di pregio, vetrine lussuosissime e imponenti, grossi brand internazionali che vanni da Cavalli a Prada, da Starbucks a McDonalds, con banche, uffici, tutto quanto fa modernità, benessere e capitalismo.

Ma a Mimar Mehmet Aga è possibile sedersi in tutta tranquillità ad un tavolino fuori dai numerosi ristorantini che punteggiano i due lati della strada e godersi un pranzo senza dover pagare piu di tanto e sopratutto essere lontani dalla calca e dalle masse dei turisti.

Mehmet è uno di questi ristoratori, si chiama proprio come la strada ed è sempre li sull’uscio della porta a controllare chi passa fuori e chi lavora dentro: un sorriso per i primi, un urlo secco e autoritario per i secondi. Sembra uscito da un film di mafia anni ’30, anzi sembra proprio Don Vito Corleone con 30 anni di meno: doppiopetto nero, camicia bianca, cravatta, piccoli baffetti sottili, capello rileccato tutto all’indietro, solito volto di Robert De Niro. E’ al tavolo del suo ristorante che mi son seduto la mattina del mio secondo giorno a Istambul: una mattina grigia e ventosa, umida, uggiosa.

Come tutti i turchi Mehmet è un imbonitore: ogni volta che passa un cliente ha qualcosa da suggerirgli circa la qualità della sua cucina e dei suoi prezzi, un complimento, un saluto gentile, un apprezzamento al passante. Sussurra, propone, la gente continua a camminare e lui torna li ad aspettare col suo sorriso e le braccia immancabilmente congiunte dietro la schiena. Non ha fretta: prima o poi qualcuno si siederà, forse più attratto dalla semplice bellezza del locale piuttosto che dalle sue lusinghe vane. Eppure fa molto turco il promettere meraviglie e paradisi di gusto ai clienti, magari sussurrando con voce calma, bassa e mielosa accompagnando con qualche rileccato saluto. Proprio come ha fatto a me, indeciso su dove andare a mangiare qualcosa. In realtà anche io sono stato attratto più dalla pubblicità di un piatto di cotolette e patatine piuttosto che dalle sue chiacchiere: anzi, mi ci è voluto poco per capire che a Istambul meno si da retta alla gente che vuol vendere qualcosa e meglio è.
Coi suoi modi educatissimi e estremamente controllati sembra essere uscito da una alta scuola di comportamento, sembra quasi un baronetto del mondo della ristorazione. Ha sempre l’accendino d’argento pronto in mano non appena un cliente vuole fumare e, con gesto elegantissimo e sicuro accende la sigaretta sussurrando l’ennesima gentilezza con la sua voce bassa e melliflua: poi torna li, impettito sull’uscio della sua porta a guardare i clieni che passano.

In mancanza di altri clienti, quel giorno ventoso e umidiccio, Mehmet si è messo a parlare con me, sempre rimanendo li a guardia della sua postazione. Dopo le prime domande di rito ha cominciato a parlare un pò di tedesco e un pò di italiano, frutto di sue precedenti esperienze lavorative in giro per l’Europa. Sembrava un tipo cortese e intelligente, pieno di buone maniere, non come quegli scalmanati del ristorantino poco più in la che urlavano, si agitavano, erano tutti unti, sporchi, vestiti male: tutta un’altra cosa, un’altra classe, apparentemente.

Eppure ci è voluto poco per capire che ogni donna che passava, bella o brutta, giovane o vecchia che fosse stata, si sentiva gli occhi appiccicosi e languidi di Mehmet addosso finchè la stessa non scompariva dal campo visivo, ricevendo ancor più languidi sussurri e complimenti una volta le fosse passata di fronte. “Come sei bella, che bel corpo che hai, il tuo corpo sembra quello di un angelo, Sei libera stasera?”...ce ne aveva per tutte, indifferentemente, sempre con quel sorriso tirato e accattivamente e quella gentilezza impostata che col passare del tempo mi sembrava sempre più falsa e fastidiosa. I complimenti erano tutti ossessivamente rivolti alla bellezza del corpo femminile, alle cosce, al culo, ai capelli, al seno e le domande invariabilmente le stesse: “cosa fai stasera, sei sola, hai il ragazzo?”. Il sorriso di Mehmet e la sua voce bassa e flautata mi parevano ogni momento che passava sempre più sporchi, pervertiti, insopportabili.
“Tu non capisci le donne, ma a loro fa piacere essere trattate così” mi ha detto a un certo punto, evidentemente notando una specie di imbarazzo da parte mia. “Guarda questa che sta arrivando che cosce ha. A letto ti farà stare come in paradiso” e, pochi istanti dopo queste parole verranno ripetute anche a lei: “ciao bella, di dove sei? Americana? Le tue cosce sono un paradiso”...
“Vedi”, spiegava serissimo avvicinandosi ed accendendomi l’ennesima sigaretta. Avevo notato che aveva l’orologio d’oro e vari braccialetti d’oro. “Noi siamo maschi turchi, sappiamo come trattare le donne e loro desiderano questo. Io sono un fedele servitore di Allah: non bevo, non fumo, non uso droghe e Allah mi da una potenza sessuale che tutte le donne desiderano. Io posso anche fare l’amore 10 volte in una sera, ma questi americani ?!? Loro bevono, sono ubriachi, non hanno morale e dignità...che uomini sono? Come fanno a soddisfare le loro donne? Per essere virili dobbiamo mangiare bene, il segreto è questo, e tutte le donne sono tue. E le donne turche, amico mio, non so se le hai mai provate, ma sono fedeli servitrici dell’uomo, faranno tutto quello che vuoi se dimostri loro di essere un vero maschio”.
C’era una profondissima convinzione spirituale e filosofica in quello che diceva, mi aveva preso pure per un braccio come se quella che mi aveva appena detto era una grandissima verità, un segreto profondo da confidare solo a poche persone.
Ma a me sfuggiva una certa logica del tutto: come è possibile autodefinirsi fedeli servitori di Allah e poi parlare solo dell’importanza di una alimentazione corretta per avere devastanti prestazioni sessuali? Mi turbava il fatto che un vero servitore di Allah fosse, sorprendentemente uno sciupafemmine patentato. Piu sei fedele, più obbedisci ai dettami di Allah e più donne il Divino ti porterà per soddisfare la tua fede e la tua virilità. A pensarla così, provavo un profondo disgusto, mi pareva che in tutto questo discorso le donne non avessero nessun ruolo, nessuna possibilità di intervento, che fossero solo una preda, un terreno di conquista per ogni buon virile fedele.

Più in basso, lungo la discesa, la cricca degli altri ristoratori agitati e sudici rivolgeva altri pesanti apprezzamenti ad un gruppo di americane che erano appena passate davanti a noi. Mi pareva che stessero provando il calvario di Gesù Cristo o le Forche Caudine. “Come on, I’m your man, come with me baby to paradise, you have a nice smile, you have a nice ass, come here, I’m your turkish man” e si agitavano e sbracciavano sempre di più, in preda a un irrefrenabile e inestinguibile orgasmo, ridendo sempre più sguaiatamente tra loro.
Cercavo di guardare i turisti, di capire le loro reazioni, di leggerli in volto per capire se era solo una mia paranoia o veramente questa atmosfera pesante la captavano pure loro. Ho notato come i turisti affrettavano tutti il passo o cercavano, con più insistenza, di parlare tra di loro evitando il più possibile di rivolgere la benchè minima attenzione a tutta questa massa di turchi appostata fuori dai propri negozi. Molti erano chiaramente innervositi, scuotevano la testa e commentavano tra di loro. Ho sentito un paio di “bastards” e anche un “cochon”.
Una ragazza, finalmente, ha avuto il coraggio di fermarsi e reagire, era esasperata e ha urlato così forte da farsi sentire lungo tutta la strada: “mi fate schifo, siete solo degli animali, non posso vivere in pace da quando sono arrivata qui, siete dei maiali!”: ma non sembra che i suoi commenti abbiano sortito una grande reazione perchè il gruppetto di scalmanati turchi continuava a ridere, anzi ancor più rumorosamente di prima in preda ad una irrefrenabile euforia ed uno di loro le aveva parato il cammino mettendosi in posa davanti a lei, gonfiando il petto e i bicipiti: “look, don’t you like me? Do you like my friends?” ....
Tra la simpatia e l’odio spesso corre una sottilissima linea e mi sembrava che quei tipi l’avessero già passata da un bel pezzo. Voltandomi e vedendo Mehmet li fermo col suo sorriso falso e il suo occhio che seguiva il culo di ogni ragazza decisi di non fermarmi oltre il dovuto e di fumarmi una sigaretta tornando verso l’Ostello piuttosto che perdere altro tempo li.
“Non hanno classe” mi ha detto Mehmet poco prima che pagassi il conto mentre con eleganza stava prendendo gli ordini da una coppia di anziani spagnoli che si erano seduti accanto a me. “Le donne devono essere trattate come fiori, farle capire che sono belle, farle sentire importanti. Alle donne piace il maschio duro, non un esibizionista come quello là”.
Ascoltanto il suo ultimo pistolotto, ringraziatolo del pranzo (mi ha portato delle cose diverse da quelle che avevo ordinato: forse stava guardando una ragazza passare mentre io gli indicavo il menu per ordinare quello che volevo) mi stavo quindi dirigendo giù verso il mio ostello, passando anche quella massa di scalmanati che non smetteva di agitarsi e commentare a voce alta i particolari anatomici di ogni donna che passava.
Alla fine della discesa, la dove, attraversati i binari del tram al Parco di Sultan Ahmet, c’erano diverse persone, qualche carrettino ambulante, operai, molti turisti che adavano in su e giù.Ad un certo punto un signore turco sulla quarantina è fermato da una coppia di giovani (presumo) americani per alcune informazioni. Il turco nota la ragazza e comincia subito a parlarle, a rispondere solo a lei nonostante che le domande le facesse il ragazzo, comincia a sorridere e a sistemarsi la giacca finchè ad un certo punto non la prende sottobraccio e le mostra la veduta della piazza con un ampio gesto. Le comincia a parlare e a dirle chissà cosa, mentre il ragazzo, ignorato era li indeciso sul da farsi, cercava di interrompere lo sproloquio e di chiedere informazioni: tutto inutile. Ormai l’uomo aveva sottobraccio la ragazza e lei sembrava visibilmente imbarazzata dalla situazione. Lui intanto continuava a parlarle e, le poche domande che il giovanotto riusciva a formulare erano motivo in più per annaffiare di parole la povera ragazza. Finalmente infastidito al punto giusto il ragazzino prende con forza la sua amica e si allontanano di gran passo, scuotendo la testa infastiditi. L’uomo era ancora li, col suo bel sorriso ammaliante che si stava sbracciando per salutare la ragazza, ormai sempre più lontana, la salutava con ampi gesti, col braccio alzato e sventolante. Poi, con un bel sospiro si gonfia il petto, si da una sistemata ai capelli coi palmi delle mani e tira fuori un sorriso di piena soddisfazione, da un colpetto a un venditore ambulante come per dire: “hai visto che donna, eh?” e si allontana finalmente via col passo di chi ha appena vinto al Super Enalotto.

Sono tornato all’ostello pieno di strani pensieri...da quando ero montato sul treno da Xanthi a Istambul avevo solo chiacchierato con turchi che parlavano solo di Allah, odio per i greci e sopratutto sesso, donne, segreti per scopare meglio, tecniche di conquista. Roshan era uno di questi: si vantava di essere un fedelissimo servitore di Allah perchè amava solo sua moglie e non aveva bisogno di pensare alle altre donne e allo stesso tempo importunava tutte le ragazzine greche che passavano in su e in giù nella carrozza finchè, per sua stessa ammissione, non è andato in bagno “a fare una cosa”. Non ho sentito parlare di altro e questo osceno mix tra sacro e misogino mi stava veramente dando un fastidio enorme.

“Mike” era sempre lì, all’ostello dove lavorava vicino al Topkapi, riconoscibilissimo per il suo cestone di capelli alla Jackson 5 perfettamente rotondo, probabilmente curato con la stessa precisione certosina del giardiniere che cura l’erba di Buckingham Palace, i bei tatuaggini tribali di moda nei posti più giusti e visibili, ai polsi, sul collo, sulle caviglie, una montagna di braccialettini e collanine sparsi per tutto il corpo per fare freak quanto basta, un moderno woodstockiano però molto più elegante e aggiornato al 2010, con Ipod e lettore Mp3 che vanno, al passo coi tempi e profumatissimo. Mi hanno detto che tutte le ragazze sbavano per lui e i bigliettini, i messaggi, le cartoline e i ricordi sul portone di entrata sembrano confermarlo: “Mike non ti dimenticherò mai, Mike sarai sempre nel mio cuore, Mike ti amo” e via cazzeggiando....
Era li, come al solito, come l’ho sempre visto da quando sono arrivato, che stava parlando sottovoce con tono flautato e l’immancabile sorrisino accondiscendente seduto al tavolo assieme a un gruppetto di americane appena arrivate. L’ho sempre visto così, parlare solo con le ragazze, le piu carine ovviamente, nei 3 giorni che ho passato in tutto in quel posto. Mattina, sera, notte, sempre li a parlare solo con ragazze. Ai maschi solo alcuni cenni di saluto col capo, freddi e formali.
“Giusto caso, ho la musica che fa per te” diceva a una tipa mentre si passavano le cuffiettine dell’mp3, “ho proprio il gruppo che fa per te, ti piacerà di sicuro, dopo vieni su da me che te li faccio sentire, dai ti aspetto” e il suo sorrisino dolce da ragazzino carino e perbenino mi sembrava ancora più falso, costruito, programmato a sopportare e recepite tutte le cazzate che ogni ragazzina logorroica e nostalgica gli raccontava in queste sere di romantiche lune turche.
Li ho capito veramente che per fare i cascamorti bisogna veramente avere una gran pazienza e una gran faccia tosta: sorridere sempre, fare finta di interessarsi a tutte le sciocchezze che una sciocca ragazzina dice, manifestare stupore e emozione ad ogni cazzata che si ascolta, farle capire che sta dicendo cose interessantissime e irrinunciabili. Ci vuole pazienza e autocontrollo infiniti per sopportare tutto ciò. Bisogna essere dei gran paraculi e lui questa paraculaggine ce l’aveva bella stampata in faccia. “Ho il libro giusto per te, ho la musica giusta per te”...glie l’ho sentito dire a diverse ragazze, la solita tecnica, le solite frasi, i soliti trucchi. Spero che non lo abbia detto anche a quella bella giapponesina che mi era venuta a parlare. Lui le si è seduto accanto, le ha portato un bicchiere di te e le ha detto qualcosina sottovoce, una battutina, un complimento, chi lo sa e si sono messi a ridere.
Quella mattina – ma così sarebbe stato anche la mattina dopo – lui era già li seduto al tavolo della colazione, tutto attorniato dalle ragazze: gentilissimo, passava il pane a tutte e versava loro il te, le faceva ridere e divertire. Con me e Riccardo Valsecchi, il fotografo italiano che abita in Germania, ma anche con gli altri maschi non sembrava avere tutta questa confidenza e non sembrava essere così affabile: per prendere il tè c’è la macchinetta dietro il muro, là c’è lo zucchero e se si vuole il pane dobbiamo chiedere al cuoco in cuina.

Magdalena, la simpaticissima ecuadoregna che lavora li da 6 mesi a nero lo odia, anzi lo disprezza proprio dal più profondo del cuore. L’ha sempre maltrattata e umiliata, la tratta con cattiveria e qualche volta l’ha anche presa a schiaffi e, mentre me lo raccontava il suo volto diventava triste e deluso. Non si arrabbiava ma era delusa dalla cattiveria e dalla falsità che si cela negli animi umani.
Forse era anche un pò gelosa perchè, come diceva, da quando era arrivata lo ha visto portarsi in camera più di 200 ragazze diverse e lei è vecchia, grassa e non particolarmente bella anche se veramente divertente e dal cuore d’oro. Forse è per quello che la tratta male, forse perchè è solo una serva e neanche attraente. “E’ solo un maiale, falso e violento come tutti i turchi. Sembra tanto bravo e in realtà è solo un animale. Mi fa schifo”.
Per tirarle su il morale, quella sera, abbiamo deciso di festeggiare tutti insieme, io lei e Riccardo con il salame e la grappa che mi ero portato dalla Grecia: siamo stati benissimo, abbiamo riso e scherzato alla faccia di tutti questi pseudo-maschi turchi e di quelle povere ragazzine americane in cerca di romantiche (mezze)lune turche. Usciti fuori per fumarci una sigaretta tutti insieme, Mike era ancora li, rigido e impostato come un baccalà, con gli occhi languidi e quel sorriso lascivo ad ascoltare le ennesime stronzate di una turistina in vena di scrittura: “oh, ah, wow!” ed il triste rituale si ripeteva un’altra volta. Chissà se in camera le ha fatto ascoltare la musica più adatta o le ha fatto leggere il libro che più faceva per lei.


Istambul prova a tutti i costi di darsi una patina di efficiente città europea: non so se ci riesca perchè ci sono stato così poco ma, camminando per Yerebatan sembra di essere a Vienna o Praga, senza particolari differenze. Almeno così sembra: ci sono i McDonalds e gli Starbucks, ci sono le banche e gli uffici internazionali, vetrine lussuosissime di Prada e Cavalli che sembrano li più per bellezza che per servire veramente i clienti, caffè e bar di alto pregio su tutti e due i lati della strada. Proseguendo per Sultanahmet il panorama è più turco, più tradizionale, coi negozietti piccoli e un pò precari, con le macchine scassate che sembrano fatte tutte in stile anni ’60, coi venditori di falso che sbucano ad ogni angolo e rappresentano una vera minaccia agli impegni del turista. Una città vivace, dai mille volti, trafficata, inquinata e dalle grosse potenzialità. Ma non è ancora Europa, no.
Sono andato a cerare un Western Union per ritirare i soldi che mi avrebbero permesso di arrivare fino a Teheran. Cercare un ufficio è come un ago in un pagliaio: si trova soltanto in poche e selezionate banche e non si può certo dire che le banche turche, pur belle, eleganti e dotate di moderni computer, belle pubblicità, arredi asettici e armoniosi, brillino per efficenza. Tutt’altro.
Le banche, ovviamente, sono tutte a Yerebatan, difficile trovarne altre fuori dalla grande strada piena di vetrine luccicanti, assolutamente impossibile trovarne una da altre parti che faccia servizio Western Union. E’ il solito specchietto per le allodole: nella strada bellissima, elegante, iperturistica si trova tutto e di più, si trova tutto quel lusso che nelle nostre città non troveremo neanche tra 1000 anni. La gente si emoziona, rimane colpita da tutto quel benessere e rimane ancor più stupita di trovarlo in un posto che in teoria dovrebbe essere il culo dell’Europa. Pensa che il paese sia incamminato su una strada di splendore e ricchezza, che il benessere sia ormai diffuso e la città rappresenti una nuova capitale del benessere consumista. In realtà, fuori dai punti strategici, quelli ovviamente destinati al turismo, non c’è niente, non c’è assolutamente niente di tutto ciò: nè uno Starbucks, nè un McDonald, nè un Gucci nè un Western Union. E’ lo stesso che succede, per esempio, in Cina: ti fanno vedere Shangai e Pechino, o meglio certi quartieri selezionati di Shangai e Pechino: fateci caso, armatevi di mappa delle città: sono sempre i soliti. Bellissime, modernissime, futuristiche addirittura, queste città: te le fanno vedere da diecimila angolazioni diverse per farle sembrare ancor più grandi e imponenti, facendo credere che tutta la Cina ormai sia così. In realtà fuori da quelle 2-3 città la miseria e l’arretratezza da terzo mondo, da paese sottosviluppato, povero e ignorante continuano a esistere per il 99% della popolazione. Basta gettare un pò d fumo negli occhi ai turisti – ma anche alla gente ignorante del paese – per far credere loro che tutto funziona e tutto è agli standard che ogni moderna società consumistica sull stile occidentale deve avere. Spesso maledico il fatto di essere un occidentale per il mio fatto di essere un modello, un punto di riferimento da parte di popoli che sono disposti a fare sacrifici enormi pur di apparire, pur di illudersi di vivere una vita “all’occidentale” come la mia. Mi sento colpevole, colpevole di dare il cattivo esempio.

Nella prima banca ci ho passato quasi due ore: sono entrato, una guardia bassa e tarchiata che pensava di essere il direttore mi ha dato i documenti che mi servivano, ha ordinato a un cassiere di darmi una penna, mi ha controllato personalmente il portafogli (per trovarmi, che gentile, la mia carta di identità senza che io facessi la fatica di trovarmela da sola), mi ha detto cosa devo fare e mi ha detto dove sedere. Non contento si è messo a curiosare tra tutti i miei fogli che avevo nel giubbotto e nel portafogli, casomai avessi avuto bisogno di qualche altro servizio da parte sua. Si comportava da gentile ma anche da duro allo stesso tempo. Cortese, affabile ma sempre con lo sguardo duro di chi ti tiene costantemente sott’occhio, che nota tutto quello che hai addosso, che prende la tua roba senza neanche chiedere permesso per esaminarla e guardarti in faccia per capire che tipo sei, che pensa di essere il direttore della banca dando ordini e disposizioni soltanto perchè ha una pistola legata al fianco.
Questa gente, di solito, così dura, ha anche una natura insolitamente gentile e servile con i ricconi e la gente potente. Entravano in continuazione tipi loschi e nervosi, guardia del corpo immancabilmente appresso e borsoni pieni di soldi. Erano talmente pieni di soldi, questa gente, che se li dovevano anche staccare dal corpo: legati alle caviglie, ai fianchi, tutto attorno alla pancia, sotto le ascelle, tiravano fuori mazzi e mazzi di euro, dollari, sterline da tutto il corpo. Sembravano i terroristi di Al Qaeda pronti a farsi saltare in aria pieni di esplosivo tutto legato attorno al corpo: solo che invece di tritolo, questi erano imbottiti di soldi ed erano invariabilmente nervosi e sudaticci.
La guardia, appena entrava uno di loro, si prodigava in salamelecchi e inchini, li scortava direttamente agli sportelli e, spostando con modi duri e scortesi i clienti che già si stavano facendo servire, intimava al commesso di dare la precedenza a queste importantissime personalità, che a me sembravano più mafiosi traffichini, corrieri del riciclaggio di denaro che stimati uomini d’affari.
Era una cosa incredibile: mai visto così tanto zelo da parte delle guardie!

Intanto la mia pratica era ancora li: una volta che la guardia aveva controllato ben bene se io avessi riempito tutto, il foglio era stato passato a una commessa: una fotocopia e buttato li ad aspettare mentre lei era tornata tranquillamente a svolgere gli affari sua.
Erano passate ormai 2 ore e nessuno sembrava interessarsi a me: la commessa non rispondeva alle mie domande e un’altra li accanto, fredda come un ghiacciolo e completamente inespressiva, mi diceva di aspettare.
La guardia era sempre li, fissa sulla porta a gambe divaricate, mani serrate alla cintura e pistola bella in vita.
Adesso era il turno di una bella donna, alta e altera e il nostro eroe armato si prodiga in un inchino ancora più profondo. Le si avvicina, la prende sottobraccio e le chiede cosa deve fare. La signora deve ritirare dei soldi allo sportello automatico: niente di più semplice! La guardia si prende carico del problema, e, tenendola sempre sottobraccio, le spiega che bottoni deve pigiare, facendo alcuni gesti comici per farle vedere quali non deve pigiare. Ridendo e facendo il simpaticone le dava anche alcune pacchette sulla spalla. Una volta finita l’operazione si è premurato di chiederle se serviva altro: nient’altro, arrivederci. Uscita dalla banca, il nostro zelante Rambo in divisa blu, ormai soddisfatto e armato di un bellissimo sorriso si avvicina a un cliente, un omone grosso e commentano insieme le forme della donna. Anche un deficente, pur non parlando turco, avrebbe capito che stavano parlando del culo.

Finalmente, passata un’altra oretta vengo a sapere che il terminale non funziona e quindi sarei dovuto andare in un’altra banca. Ci sono volute tre ore per avvertirmi, quando solitamente in qualsiasi ufficio Western Union di Prato ci vogliono 2 minuti per fare tutto.

Vado all’unica altra banca in zona che disponeva di tale servizio: ovviamente anch’essa in Yerebatan, a pochi passi.
Anche qui – come in tutti i negozi della via – una guardia armata di mitraglietta, alta e dal viso duro e antipatico. Non mi guarda bene ma io lascio stare.
Nelle due ore che ho passato in questa nuova banca, sempre la solita storia: la guardia ti dice cosa devi fare, prende il portafoglio e comincia a svuotarlo di tutto con fare indifferente, controlla i tuoi documenti, poi finalmente prende il tuo modulo debitamente compilato e lo butta li, dimenticato da tutto o da tutti finchè i commessi non hanno nient’altro di meglio da fare.

In queste due ore ho visto la guardia che si metteva in strada a gambe divaricate con la pistola in mano ogni volta che passava una donna. Sembrava Rambo e assumeva le posizioni più strane, sempre con la pistola in mano: se la trastullava, a volte faceva esercizi di estrazione o roteazione, a volte persino la accarezzava e la leccava come se fosse un membro maschile, si sistemava il basco in testa, assumeva un tono duro, si gonfiava il petto...cercava in tutti i modi di farsi vedere dalle donne e di risultare maschio e potente: si metteva proprio sull’uscio della porta ad aspettare che passasse qualcuna per piombare a quel punto in strada e dare spettacolo un’altra volta...la guardia armata di mitraglietta nel negozio di fronte cercava di imitarlo, e anche lui si metteva in strada a fare il buffone. Chissà da quanto tempo quei due cretini sono in competizione così per accaparrarsi l’attenzione di una donna: se un giorno gli dovesse partire un colpo da quelle pistole maledette, il morto ci scappa di sicuro. Ma sono solo inutili dettagli quando la posta in gioco è farsi belli agli occhi di una donna.
Salamelecchi, battutine cordiali e immediata presa di confidenza anche qui ogni volta che una cliente entrava. Finalmente, dopo sole 2 ore sono riuscito a ottenere i miei soldi e me ne sono andato via.

Ho fatto due passi e ancora prima uscivo fuori per fumarmi una sigaretta, per vedere un pò di gente, questa gente. Donne tradizionali con il burka camminavano ridendo timidamente e abbassando il capo. Donne moderne, giovani, emancipate camminavano a testa alta, sprezzanti e superbe, con lo sguardo fisso nel vuoto, all’inseguimento di un obiettivo invisibile per noi comuni mortali. La tipa all’agenzia di viaggio dove avevo preso il biglietto per Teheran parlava un inglese correttissimo ma non mi ha lasciato una impressione più calda del ghiaccio. Distaccata e impersonale come distaccate e impersonali erano le moderne ed efficienti commesse delle 2 inefficienti banche dove sono andato. Cosa è questo paese? Cosa sta succedendo a questa società?
Sembra che tutti vogliano giocare ad essere moderni ed europei in un paese dove ancora i servizi base funzionano male e in modo clientelare, dove dietro la facciata di consumismo, opulenza e lusso ci sono ancora militari armati pronti a sventare l’ennesimo attentato, traffichini ricoperti di denaro che sudano e temono per la loro vita, ma sopratutto un’aurea ancora così pesantemente marcata di maschilismo, di arretratezza sociale, di misoginia che neanche in Iran avrei visto, anzi.
Dei 3 giorni che ho passato in Turchia mi è rimasta solo questa immagine ostile di maschi perennemente arrapati e opprimenti, ossessivi, col solo pensiero della fregna in testa, dove tutti i discorsi girano e ruotano solo attorno all’arte di scopare, dove anche la fede viene mescolata col mestruo, dove si gioca impunemente a fare i Rambo mitraglietta alla mano per farsi belli e machi agli occhi delle ragazze. Ma in che mondo siamo? Sembra ancora di essere nel medioevo dove il maschio deve essere virile, potente, sessualmente dominante e narcisista. Dove le donne non sono altro che corpi, carne che cammina, oggetti che vanno conquistati con la vanità e l’esibizionismo.
In qualunque caso, in qualunque situazione, mi sono sembrate tutte vittime di una società profondamente maschilista che, come tali hanno dovuto imparare ed affinare col tempo l’arte del dover sopravvivere: non guardando in faccia nessuno, cercando di farsi gli affari propri. Vittime di una società ancora troppo maschilista, fallocratica, arretrata.
Ho visto donne tradizionali camminare a testa bassa, che giravano lo sguardo impaurite non appena qualcuno – per sbaglio o per scelta – le guardava negli occhi. Ho visto donne più moderne, senza burka camminare sprezzanti, veloci e altezzose senza guardare in faccia nessuno, perse in sguardi allucinati e determinatissimi. Ho visto donne fredde come il ghiaccio ed efficienti, semplici macchinette professionali in luoghi dove di professionale non c’era neanche il metal detector all’entrata, le donne che dovrebbero rappresentare il nuovo volto efficiente e professionale dell’Europa che deve entrare in Turchia.

Ma non ho visto neanche una donna la sera, dopo cena, camminare da sola per le strade della città.
“Hanno paura dei maschi” mi diceva Riccardo mentre, seduti a un ristorantino all’aperto, ci sorseggiavamo un tè accanto a una massa di ubriachi che si stavano azzuffando tra loro. “O se ne devono stare in casa ad aspettare il loro uomo”.